GRAHAM HANCOCK.
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IL MISTERO DEL SACRO GRAAL.
Origine e storia di una tradizione segreta.
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Parte 3.
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Titolo originale: The Sign and the Seal. A Quest for the Lost Ark of the Covenant Graham Hancock. 1992.
Traduzione di: Maria Massarotti.
1995. EDIZIONI PIEMME, Casale Monferrato, ALESSANDRIA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Assuan e Meroe.
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Malgrado il forte sapore ebraico della loro religione, non si pu affatto definire i qemant come ebrei tout court: troppe sono le componenti pagane e animiste della loro fede. Altrettanto non pu dirsi, invece, per i falasha, che sono stati unanimemente considerati ebrei fin dall'inizio del diciannovesimo secolo - anche se furono ufficialmente riconosciuti come tali dal rabbino capo sefardita di Gerusalemme solo nel 1973. Due anni dopo, anche il rabbino capo Ashkenazi concesse tale riconoscimento, aprendo cos la strada alla formale dichiarazione del ministro degli Interni israeliano che attribuiva a tutti i falasha il diritto automatico alla cittadinanza di Israele in base alla Legge del Ritorno.
Il motivo principale per cui il riconoscimento da parte dei rabbini tard tanto fu proprio il carattere accentuatamente

antico-testamentario della religione falasha, che non faceva riferimento in alcun modo al Talmud (l'autorevole corpo delle leggi e delle tradizioni ebraiche accumulate tra il 200 a.C. e il 500 d.C.). Per questo motivo gran parte degli israeliani e degli altri ebrei considerava i falasha come degli estranei; solo in seguito si cap che l'ignoranza dei precetti talmudici dipendeva dal fatto che il ramo ebraico d'Etiopia era stato completamente separato dal resto del popolo ebraico in un'epoca molto antica, e non aveva quindi seguito la stessa evoluzione. E questo isolamento spiegava anche la fedelt dei falasha a pratiche che i rabbini avevano proibito da lungo tempo, come i sacrifici animali (vedi il capitolo 6).
Il punto importante - che pes non poco quando fu finalmente concesso il riconoscimento ufficiale negli anni Settanta - era che il comportamento religioso dei falasha si conformava senza ombra di dubbio agli insegnamenti della Torah (Antico Testamento). Inoltre, all'interno della Torah, proprio come ci si aspetterebbe da ebrei pre-talmudici rimasti fedeli a credenze e pratiche religiose molto antiche, i falasha mostravano grande rispetto soprattutto per il Pentateuco (cio i cinque libri che gli ebrei ortodossi reputavano scritti dallo stesso Mos: Genesi, Esodo, Le-vitico, Numeri e Deuteronomio).
Questo fondamentalismo tipico della religione falasha si concretizzava nella rigida osservanza delle restrizioni alimentari elencate nei libri del Levitico e del Deuteronomio e nel loro rifiuto di mangiare qualunque animale - pulito o no - che fosse stato macellato da un Gentile. I falasha prestavano grande attenzione anche alle leggi mosaiche sulla pulizia e la purezza. Delle speciali capanne venivano per esempio allestite per quei membri della comunit che si ritenevano in una condizione di impurit rituale temporanea - come le donne mestruate, che venivano rinchiuse per sette giorni, sulla base di un precetto del Levitico.
Altrettanto tradizionale era, presso i falasha, la cerimonia della circoncisione, che si teneva l'ottavo giorno dopo la nascita di un maschio, proprio come sancito dal Pentateuco. Anche il Sabbath si svolgeva in maniera rigidamente ortodossa: tutti i fuochi venivano spenti prima del tramonto del venerd, e il sabato non si

poteva compiere alcun lavoro, nemmeno trasportare acqua o preparare il caff; era consentita solo la consumazione di un pasto freddo.
Io ero gi a conoscenza di tutto questo quando, durante il mio soggiorno a Gonder nel gennaio 1990, visitai parecchi insediamenti falasha. Il mio obiettivo era di entrare in contatto con qualche capo religioso, al quale volevo porre delle domande specifiche; ma ci non era facile, dato che gli ebrei di Etiopia erano fuggiti in massa verso Israele. Molte fattorie erano completamente abbandonate: i loro abitanti se n'erano andati portando con s tutti i loro averi e lasciando spalancate le porte delle case. A una ventina di miglia di distanza da Gonder, per, riuscii a trovare un villaggio che sembrava ancora vivo: si chiamava Anbober ed era abbarbicato sul pendio di una montagna. La sua popolazione, tuttavia, era composta quasi esclusivamente da donne e bambini, poich gran parte degli uomini erano gi partiti per Israele.
I falasha non hanno n sinagoghe n rabbini; i loro luoghi di culto si chiamano invece mesgid e le loro autorit religiose kahenat (al singolare kahen, che significa sacerdote). Accompagnato dal mio interprete Legesse Desta, camminai per le strade del villaggio seguito da una folla sempre pi numerosa di bambini rumorosi e molesti. Volevamo arrivare al mesgid - identificabile dalla Stella di Davide sul tetto - dove speravo ardentemente di trovare il kahen.
Non rimasi deluso: all'interno del modesto edificio, curvo su una tavola di legno piuttosto spartana, stava un uomo anziano intento a studiare una copia della Torah (elegantemente scritta in g et su fogli di pelle di pecora conciati). Legesse cominci a spiegare perch eravamo venuti e poi chiese al sacerdote se potevo fargli qualche domanda. Dopo una discussione piuttosto lunga egli acconsent e si present come Solomon Alemu. Aveva, ci disse, 78 anni e da quasi 30 era il kahen di Anbober.
Nelle due ore successive approfondimmo numerosi aspetti delle credenze e dei rituali falasha. Tutte le risposte di Solomon  confermarono il genuino carattere vetero-testamentario della sua religione e corrispondevano perfettamente a quanto avevo gi
scoperto con le mie ricerche. In quest'ambito insistetti particolarmente sul problema dei sacrifici di sangue, cercando di capire come mai il suo popolo continuasse con questa pratica quando nel resto del mondo gli ebrei l'avevano abbandonata duemila anni prima. Noi crediamo, rispose con grande convinzione, che Dio dal suo trono osservi queste cerimonie e se ne compiaccia. Forse Salomon sapeva, forse no, quanto queste sue parole erano simili a un verso del Libro del Levitico che definiva le offerte fatte col fuoco come di dolce sapore per il Signore. Certamente pareva un uomo saggio e colto. Quando mi complimentai per la sua erudizione, per, egli rispose - senza traccia di falsa modestia - che della tradizione ebraica dei falasha capiva molto meno di quanto avesse capito suo padre. E aggiunse che suo padre, a sua volta, aveva capito meno di suo nonno - che era stato anch'egli kahen di Anbober. Stiamo dimenticando il nostro passato, disse tristemente. Giorno per giorno dimentichiamo la nostra storia.
Eiallacciandomi a questo domandai a Solomon se sapeva da quanti secoli vi era una comunit ebraica in Etiopia.
Venimmo qui, rispose, molto tempo fa... molto prima dei cristiani. I cristiani sono recenti, se paragonati a noi.
E prosegu raccontandomi la storia, che ormai mi era familiare, della regina di Saba, di Menelik e del furto dell'Arca. In questo modo, disse, la fede ebraica era giunta in Etiopia.
Chiesi allora: Ha qualche idea di quale strada abbiano percorso Menelik e compagni nel loro viaggio?.
Anche se un tempo la sua risposta mi avrebbe sorpreso, ora l'accettai senza troppa meraviglia: Secondo le nostre tradizioni essi arrivarono da Gerusalemme attraverso l'Egitto e il Sudan.
Presumibilmente avranno seguito il corso del Nilo per gran parte del loro viaggio, vero?, ribattei. Il kahen annu. S.  Questo quello che affermano le nostre tradizioni. E aggiunse un particolare che mi risult completamente nuovo: Durante il viaggio, disse, si fermarono ad Assuan e Meroe.
Sapevo che Assuan si trovava nell'Alto Egitto (vicino al luogo dove oggi sorge la moderna diga che porta lo stesso nome), e che

al tempo dei faraoni era stata importante come fonte del granito utilizzato per la costruzione delle piramidi. Meroe, l'antica capitale della Nubia, si trovava molto pi a sud, in quella che  oggi la Repubblica del Sudan.
Incuriosito, cercai di spingere Solomon a dirmi qualcosa di pi sulle tradizioni falasha riguardanti questi posti, ma egli insistette nell'affermare che ci che mi aveva detto era tutto quello che sapeva. Ho sentito i loro nomi, sospir, dai racconti di mio nonno. Egli era un uomo saggio... ma non c' pi... Presto non ci sar pi nessuno.
La cerimonia dell'Arca
Tutto ci che venni a sapere durante il mio soggiorno a Gon-der rafforz la mia convinzione che era stata proprio questa la prima regione dell'Etiopia a essere raggiunta, nell'antichit, dalla fede ebraica. I falasha erano ebrei in tutto e per tutto, e questa era la loro terra; ma anche i loro vicini, i qemant, mostravano segni convincenti di un'arcaica e profonda influenza ebraica.
E questa influenza non era limitata ai falasha e ai qemant. Al contrario, a Gonder e in tutta l'Etiopia, quelli che venivano ritenuti cristiani ortodossi seguivano in realt molte usanze e credenze la cui origine era chiaramente ebraica. Proprio come i falasha, per esempio, essi usavano circoncidere i loro figli nell'ottavo giorno dalla nascita - una data che, tra tutti i popoli del mondo, veniva ora osservata solo dagli ebrei e dagli etiopi. Analogamente (ed ecco un chiaro esempio di sincretismo religioso) milioni di cristiani abissini rispettavano ancora il Sabbath ebraico - non al posto della festa della domenica, osservata dai loro correligionari di tutto il mondo, ma in aggiunta a essa.
Vi erano tuttavia anche altre feste che, bench apparentemente cristiane, celavano in realt origini ebraiche. Avevo appreso, per esempio, che la festa etiope del Nuovo Anno (Enkutatsh) corrispondeva perfettamente al Nuovo Anno ebraico {Rosh ha-Shanah). Entrambe si tenevano nel mese di settembre ed entrambe erano seguite, dopo qualche settimana, da una seconda festa

(detta Maskalin Etiopia e Yom Kippur in Israele). In ambedue le culture, poi, questa seconda festa era legata al Nuovo Anno da un periodo di espiazione e riconciliazione.
Anche i cristiani d'Etiopia osservavano poi rigidamente molte delle prescrizioni del Pentateuco in materia di pulizia e purezza. Nessun uomo, per esempio, avrebbe mai osato andare in chiesa dopo aver avuto rapporti sessuali con la propria moglie, n avere rapporti prima di toccare qualcosa di consacrato, o durante giorni di astinenza, o nel periodo mestruale della donna30. Nessuna di queste restrizioni faceva parte delle tradizioni cristiane, ma tutte comparivano nel Pentateuco (soprattutto nei libri dell'Esodo e del Levitico)31.
Analogamente i cristiani d'Etiopia rispettavano anche le leggi che l'Antico Testamento prescriveva in fatto di cibo, evitando scrupolosamente la carne di uccelli e mammiferi impuri (il maiale era particolarmente aborrito) e facendo attenzione anche ai minimi dettagli, come il nervo che si ritrae di cui parla il capitolo 32 della Genesi32.
Constatai in seguito che tutti i cristiani di Abissinia evitavano questo nervo, che veniva chiamato in ge'ei il muscolo proibito33.
Un altro interessante collegamento che avevo scoperto nelle mie ricerche riguardava gli abiti del clero etiope, che sembravano modellati su quelli che indossavano i sacerdoti dell'antico Israele^4 - il k'enat (cintura) corrispondente alla cinta dell'Alto Sacerdote35; il k'oba (papalina) corrispondente alla mitra36; e Yaskema (scapolare), con le sue dodici croci suddivise in quattro file da tre, corrispondente al pettorale sacerdotale, che, come precisa il capitolo 28 del Libro dell'Esodo, era adorno di dodici pietre preziose disposte anch'esse in quattro file da tre37.
Tutto sommato, quindi, trovavo alquanto difficile non essere d'accordo con l'arcivescovo David Matthew il quale, nel 1947, aveva descritto l'intero complesso delle espressioni religiose etiopi come antico e cerimoniale e imbevuto di una corrente sotterranea di pratiche religiose38. E tuttavia fu solo quando partecipai alle celebrazioni del Timkat cristiano, il 18 e 19 gennaio 1990, che colsi fino in fondo la reale pervasivit e il potere di questa corrente sotterranea.

Le operazioni preparatorie del Timkat erano gi a uno stadio avanzato quando, a met pomeriggio del 18 gennaio, salii, facendomi strada tra la folla eccitata, le scale che portavano alla chiesa di Medhane Aleni (letteralmente Salvatore del Mondo). Situata nella parte vecchia di Gonder, la chiesa era costituita da un grande edificio a pianta circolare, costruito secondo la tradizione locale, con una serie di corridoi concentrici che circondavano il tabernacolo (mak'das) e che nell'insieme, visti dall'alto, davano l'impressione di formare una specie di bersaglio per il tiro con l'arco.
Questo modello tipicamente etiope, come gi sapevo, si ripeteva con pochissime variazioni sia nelle chiese a pianta circolare sia in quelle a pianta rettangolare o ottagonale; gli studiosi avevano stabilito che esso si basava sulla classica tripartizione del Tempio Ebraico39. Secondo Edward UHendorff, il primo professore di Studi Etiopi all'Universit di Londra:
II corridoio pi esterno delle tre parti concentriche della chiesa abissina si chiama k'ene mahlet, cio il luogo dove si cantano gli inni (e) corrisponde ali'uhm del Tempio di Salomone. Lo spazio successivo  il k'eddest, dove si amministra la comunione al popolo; e la parte pi interna  il mak'das, dove si trova il tabot e al quale solo i sacerdoti hanno accesso... Questa tripartizione interessa tutte le chiese abissine, anche le pi piccole. E chiaro, perci, che gli abissini preferirono la forma del santuario ebraico a quella della basilica, adottata nel resto del mondo dai primi cristiani40.
H professor UHendorff sorvola sul perch gli abissini abbiano scelto un modello pre-cristiano per le loro chiese cristiane. Entrando per nel primo corridoio di Medhane Alem, mi parve subito che la risposta fosse ovvia: l'evangelizzatore siriano Frumen-zio, che aveva convertito il regno assumita ed era stato nominato primo arcivescovo d'Etiopia dal patriarca copto di Alessandria nel 331, deve aver deliberatamente adattato le istituzioni della nuova fede alla preesistenti tradizioni ebraiche del paese41. Inoltre, come ammette lo stesso UHendorff:
E chiaro che queste e altre tradizioni, in particolare quella dell'Arca dell'Alleanza ad Axum, devono essere state parte integrante dell'eredit nazionale abissina molto prima dell'avvento del cristianesimo nel IV secolo; infatti sarebbe inconcepibile che un popolo da poco convertito dal paganesimo al cristianesimo (e non da un ebreo cristiano, ma dal missionario siriano Frumenzio) cominciasse da quel momento a vantarsi di un'origine ebraica e ad accentuare legami, usanze e istituzioni di tipo israelita42.
Camminando scalzo - poich in tutte le chiese etiopi era considerato sacrilegio portare le scarpe - feci il giro del k'ene mahlet esaminando le pitture sbiadite di santi e uomini pii che adorna-vano le pareti: da una parte stava San Giorgio, sul suo cavallo bianco, che uccideva il drago; da un'altra Dio Onnipotente, l'Origine dei Giorni, circondato dalle creature viventi di cui parla il profeta Ezechiele; poi c'era Giovanni che battezzava Cristo nel Giordano; i re e i pastori presso la mangiatoia; e Mos che riceveva le Tavole della Legge dalle mani di Dio sul Monte Sinai.
Mentre ero perduto nella contemplazione di un ritratto che raffigurava la regina di Saba in viaggio verso Gerusalemme, avvertii un sordo battito di kebero - il grande tamburo ovale, fatto di pelle di mucca tesa su una struttura di legno, che caratterizzava tanta parte della musica della Chiesa ortodossa etiope. A questo suono si aggiungeva un coro di voci che cantava inni ge'ez, e poi il mistico suono dei sistri.
Sempre pi incuriosito, continuai a fare il giro dell'ambulacro e alla fine, vicino alla porta che conduceva all'interno del k'eddest, mi imbattei in un gruppo di sacerdoti e diaconi raccolti attorno al suonatore di tamburo, che era seduto a gambe incrociate e stava curvo sul suo kebero.
Era una scena strana e arcaica: niente in essa sembrava appartenere al mondo moderno e, pi guardavo, pi mi sentivo trasportato indietro nel tempo, attraverso le misteriose onde della musica - che pareva appartenere non all'Africa n al cristianesimo, ma a qualche altro luogo e a una fede infinitamente pi antica. Vestiti con i loro tradizionali abiti bianchi con mantelle nere, i diaconi danzavano e cantavano, assorti nella cadenza primordiale del ballo. Ognuno aveva in mano un sistro d'argento che, nelle pause di silenzio tra un colpo di tamburo e l'altro, veniva alzato e poi fatto cadere, producndo un chiaro e melodioso tintinnio.

Il canto era in forma antifonale: due gruppi di cantori si rispondevano alternativamente in un dialogo in cui era proprio il passaggio di versi e cori da un gruppo all'altro che conferiva all'inno il suo vigoroso crescendo. E io sapevo che questo stesso sistema era parte integrante della liturgia ebraica ai tempi dell'Antico Testamento43.
Mentre riflettevo su questa coincidenza un'odorosa nube di incenso si diffuse attraverso la porta del k'eddest. Spingendomi in avanti, guardai dentro e vidi una figura che volteggiava vorticosamente, avvolta in abiti verdi ricamati con fili d'oro, una figura che sembrava uscita da un sogno, met stregone e met sacerdote, che. girava come un turbine con gli occhi bassi.
Raccolti attorno a lui vi erano altri uomini, con abiti simili, e ognuno teneva sospeso in alto un incensiere fumante, che, insieme agli altri, formava una lunga catena d'argento. Spalancai gli occhi per vedere al di l di queste figure, superando la coltre di fumo e di oscurit, e riuscii solo a distinguere, proprio al centro del k'eddest, la tenda che copriva l'entrata al tabernacolo. Sapevo che al di l di quel pesante velo, venerato e misterioso, protetto dalla superstizione, nascosto e segreto all'interno del suo santuario, stava il tabot - il simbolo dell'Arca dell'Alleanza. E mi venne in mente che, nell'antico Israele, l'Alto Sacerdote . non poteva avvicinarsi all'Arca prima di aver bruciato una quantit di incenso sufficiente a coprirla completamente di fumo44. La spessa coltre di fumo era ritenuta necessaria per proteggere la sua vita - necessaria ad assicurare, come affermava con tono piuttosto glaciale il Libro del Levitico, che egli non morisse.
Varcai la soglia del k'eddest per dare un'occhiata pi da vicino a quello che stava succedendo ma fui quasi subito risospinto nel corridoio pi esterno. Intanto era cessato il canto dei diaconi e anche il tamburo taceva, cosicch, per un momento, vi fu un silenzio assoluto.
Sentivo che stava per accadere qualcosa, era come se un lampo improvviso annunciasse un imminente temporale. Segu un movimento generale, e tutti cominciarono a camminare a piccoli passi in tutte le direzioni. In quel momento un sacerdote sorridente mi afferr un braccio, delicatamente ma con decisione, e

mi guid fuori dal k'eddest, attraverso il k'ene mahlet, fino alla porta principale della chiesa; me ne rimasi l, abbassando gli occhi per ripararmi dall'accecante luce del pomeriggio, stordito da questo repentino cambiamento di atmosfera della cerimonia.
La folla, che gi era piuttosto numerosa quando ero arrivato, si era ora tramutata in una immensa moltitudine che riempiva completamente tutto lo spazio attorno a Medhane Alem e si estendeva a perdita d'occhio per tutta la strada circostante. Uomini e donne, bambini, anziani, sani e malati, perfino morenti - sembrava che vi fosse l met dell'Etiopia. Molti suonavano strumenti musicali di vario tipo: cembali e trombe, flauti e violini, lire e arpe bibliche.
Qualche momento dopo che ero uscito dalla chiesa apparve un gruppo di sacerdoti in ricche vesti. Erano gli stessi che avevo visto nella nube di incenso davanti alla tenda chiusa del tabernacolo, ma ora uno di essi - magro e barbuto, con lineamenti sottili e delicati e occhi brillanti - portava sulla testa il tabot avvolto in preziosi broccati ricamati di rosso e oro.
Improvvisamente la folla cominci a urlare e a battere i piedi; le donne alzavano acuti ululati - una tremula, crescente vibrazione che molti studiosi, avevo letto, collegavano a certe espressioni musicali dell'antico culto ebraico {battei ebraico, ellel etiope)... il senso dell'esultanza si comunica ripetendo molte volte il suono ellel, dicendo cio ettettellett, ecc... Il vero significato di "Alle-luyah"  infatti probabilmente "canta battei o ellel a Jehovah"46.
Dopo essere rimasti fermi presso la porta della chiesa per qualche minuto mentre l'agitazione della folla cresceva, i sacerdoti avevano ora cominciato a girare, facendo un giro completo dell'ambulacro pi esterno prima di scendere le scale che portavano al piano terreno. Proprio nel momento in cui i loro piedi toccarono terra, la folla si divise per creare loro un passaggio, e le grida degli uomini e il suono degli strumenti raggiunsero un volume tale da assordare le orecchie e confondere la mente.
Io seguivo da vicino, per quanto mi era possibile, il gruppo di sacerdoti, trascinato nel loro turbolento movimento. E anche se attorno a me, da entrambi i lati, vi erano centinaia di persone, anche se molti erano ottenebrati dalla birra di miglio e dalla confusione, anche se fui ripetutamente spintonato e spesso quasi incastrato tra la folla, non ebbi mai, nemmeno per un momento, la sensazione di essere minacciato o in pericolo.
Avanzavamo attraverso la citt antica tra stretti vicoli e ampie strade aperte, alternando passi lenti a passi veloci, talvolta fermandoci inesplicabilmente, ma sempre infiammati da musiche e canti. E per tutto il tempo cercai di tenere i miei occhi fissi sul drappo rosso e oro del tabot, che vedevo in lontananza davanti a me. Per un attimo, quando da una strada laterale sbuc una nuova folla che si un al corteo, persi di vista l'oggetto sacro, ma poi, alzandomi sulle punte dei piedi e allungando il collo, riuscii a individuarlo e corsi in avanti per raggiungerlo. Deciso a non lasciarmelo pi scappare, scavalcai una staccionata ed entrai nei campi che fiancheggiavano la strada, quindi mi misi a correre a tutta velocit e, sorpassando una folla di due o trecento persone, raggiunsi i sacedoti, li superai e ripiombai sulla strada davanti a loro.
Qui scoprii la ragione di questo strano procedere con ritmo intermittente e delle frequenti fermate del corteo. Proprio davanti al tabot si erano formati spontaneamente dei gruppi di danzatori improvvisati - composti da uomini e donne che talvolta ballavano insieme, talvolta separatamente, alcuni vestiti con i loro abiti quotidiani, altri con vesti ecclesiastiche. Al centro di ognuno di questi gruppi vi era un suonatore di tamburo, che portava appeso al collo il suo kebero e batteva i colpi con un ritmo antico e selvaggio, tra salti, grida e giravolte, mentre attorno a lui la gente lasciava esplodere la propria energia,  ballando, battendo le mani, suonando tamburi e cembali e sudando copiosamente.
Poi, incitato da trombe e grida umane, dal suono di un bege-gna a dieci corde47 e dai toni alti del flauto di un pastore, un giovane vestito con gli abiti tradizionali di cotone bianco esegu un assolo di ballo, mentre i sacerdoti stavano al loro posto cercando di fermare la folla entusiasta e portando in alto il sacro tabot. Splendido nella sua vigorosa energia, il giovane sembrava in trance. Con gli occhi di tutti puntati su di lui, egli girava attorno al kebero che suonava, e danzava con tutto il suo essere, facendo muovere le spalle e piegando la testa, perso nel suo ritmo interiore, elevando lodi a Dio con ogni goccia della sua forza, con ogni centimetro del suo corpo. Era cos, pensai... era cos che doveva essere, tremila anni fa, alle porte di Gerusalemme, quando:
Davide e tutta la casa d'Israele portarono l'Arca del Signore con alte grida, e con il suono delle trombe (e) suonarono davanti al Signore tutti i tipi di stumenti fatti col legno dell'abete, e anche arpe, salteri, tamburelli, corni e cembali... e Davide danz davanti al Signore con tutto il suo potere... saltando e danzando davanti al Signore48.
Nel bel mezzo del ballo, senza alcun preavviso, il giovane cadde e rimase disteso per terra fingendo di essere morto. Fu quindi prelevato da parecchi tra gli spettatori, portato ai bordi della strada e fatto rinvenire. Poi la folla riprese a gridare e a ballare, con nuovi ballerini che continuamente rimpiazzavano quelli che si fermavano esausti.
Poco dopo la scena cambi. Dopo aver attraversato un'ultima strada stretta la folla sbocc in una grande piazza aperta. E in questa stessa piazza, vidi arrivare da altre tre direzioni tre processioni - ognuna delle quali era simile alla nostra, aveva alla testa un tabot portato da un gruppo di sacerdoti e sembrava ispirata dallo stesso spirito trascendente.
Come quattro fiumi che si incontravano, le diverse processioni arrivarono allo stesso punto e si fusero. Il prete che aveva portato il tabot dalla chiesa di Medhane Alem - che io avevo fedelmente seguito fino ad allora - si alline agli altri sacerdoti che avevano trasportato i tabotat da altre tre importanti chiese di Gonder; dietro questa prima fila sacra stavano poi altri sacerdoti e diaconi, e dietro ancora stavano le varie congregazioni unite, che formavano un esercito di non meno di diecimila persone.
Non appena le diverse processioni si unirono, riprendemmo a muoverci, uscendo dalla piazza e immettendoci in un'ampia strada con i tabotat alla testa del corteo. Ogni tanto dei bambini venivano spinti vicino a me, mi prendevano timidamente la mano e compivano un tratto del tragitto con me, poi mi lasciavano... Un'anziana donna mi si avvicin e mi parl in amarico, sorridendo con la sua bocca sdentata... Due ragazzine, ridacchiando nervosamente, toccarono i miei capelli biondi con affascinata curiosit e poi corsero via... E cos, completamente assorbito dalla

gaiezza e dalla forza emotiva della cerimonia, mi lasciai andare, dimentico delle ore che passavano.
Poi, improvvisamente, dietro una curva del sentiero, comparve tra gli alberi un grande recinto murario, che sembrava uscito da una leggenda. A una certa distanza dietro i contrafforti che lo circondavano, credetti di intravvedere le torrette di un grande castello - torrette alte e meravigliosamente cinte di merli. Non era la prima volta che, nei miei viaggi in Etiopia, mi veniva in mente il mirabile santuario del Graal descritto da Wolfram von Eschenbach - l'inespugnabile fortezza con i suoi grappoli di torri e innumerevoli palazzi che si trovava sulle rive di un misterioso lago nel regno di Munsalvaesche.
Al centro della cinta muraria vi era un passaggio piuttosto stretto a forma di arco: la folla cominci a passarvi sotto e io mi sentii irresistibilmente trascinato dalla corrente umana verso di esso. Vi era, in realt, in questa fiumana una forza enorme, come se fossimo stati risucchiati confusamente in un vortice.
Mentre venivo costretto a passare sotto l'arco, urtato e spintonato dalla forza dei corpi, fui spinto per un attimo verso una roccia appuntita e il mio orologio da polso cadde; ma ecco che quasi immediatamente uno sconosciuto dietro di me riusc a raccoglierlo da terra e a spingerlo di nuovo contro la mia mano. Prima ancora di poter ringraziare, o anche solo identificare, il mio benefattore, fui risospinto verso la strettoia e arrivai, un po' stordito, ai prati ampi e aperti che stavano all'interno del recinto. Nello stesso istante cess l'enorme costrizione e compressione e io provai un delizioso senso di libert...
Il recinto aveva una forma rettangolare, estesa approssimativamente come quattro isolati di citt. In mezzo a questo grande spiazzo erboso vi era un altro recinto murario, grande circa un terzo del primo - che conteneva l'alto castello turrito che avevo intravisto prima e, dietro e ai lati di questa struttura, un lago artificiale pieno a met di acqua. Il castello era stato costruito nel XVII secolo dall'imperatore Fasilidas e sembrava accessibile solo per mezzo di uno stretto ponte di pietra che passava sopra un profondo fossato e che conduceva direttamente a una porta di legno massiccio posta sulla facciata dell'edificio.

Notai che la folla stava ancora riversandosi attraverso lo stretto passaggio che avevo attraversato io poco prima, e che la gente si aggirava apparentemente senza meta, salutandosi gli uni con gli altri con rumoroso ed entusiastico cameratismo. Alla mia destra, proprio davanti al castello, si era radunato un gruppo di preti e diaconi, che ora trasportavano ben sette tabotat. Ne dedussi, quindi, che le processioni dalle altre tre chiese di Gonder dovevano essersi a un certo punto riunite con le quattro originarie che si erano ritrovate nella piazza principale della citt quello stesso pomeriggio, qualche ora prima.
I sacerdoti che portavano in testa i tabotat avvolti nei drappi stavano ben allineati, spalla contro spalla. Subito dietro di loro vi erano molti altri preti con in mano ombrelli cerimoniali a colori brillanti, orlati da frange e decorati con croci, stelle, soli, lune crescenti e altri curiosi elementi. Cinque metri pi a sinistra vi erano altre due file di sacerdoti, l'una di fronte all'altra, che portavano lunghi bastoni da preghiera e sistri d'argento. E tra queste ultime due file vi era un suonatore di tamburo con il suo kebero attaccato.
Mentre mi avvicinavo per vedere meglio, le due file di sacerdoti diedero inizio a una danza lenta e sinuosa davanti al tabot - una danza che seguiva lo stesso ritmo ipnotizzante e lo stesso canto antifonale che. avevo sentito prima alla chiesa di Medhane Alem. Qualche minuto dopo la danza si interruppe con la stessa rapidit con cui era cominciata, i ballerini si dispersero e i sacerdoti che portavano i sette tabotat avanzarono con maestosit verso il ponte di pietra che conduceva al di l del fossato, nel castello. Si fermarono l per un momento, illuminati da uno degli ultimi raggi di sole del tramonto, e le donne ricominciarono i loro alti ululati. Poi la pesante porta di legno della fortezza si apr silenziosamente - grazie ai cardini oliati di fresco - e io potei dare una rapida occhiata all'oscurit dell'interno; quindi i tabotat vennero portati dentro.
Poco per volta, quasi con delicatezza, le migliaia di persone che avevano partecipato alla processione cominciarono a sistemarsi nel giardino. Alcuni avevano portato delle coperte, altri shemma (scialli) di cotone o gebbi (mantelli) di lana pi pesanti.

Tutti, comunque, avevano l'aria di voler restare l per tutta la durata del Timkat, e tutti sembravano in pace con se stessi, ormai calmi dopo l'esaltazione delle processioni e pronti ad affrontare la veglia che li attendeva.
Alle 9 di sera erano ormai parecchi i fuochi che erano stati accesi all'aperto. Stretta attorno a essi la gente parlava a bassa voce - e le parole, dette nell'antica lingua semitica d'Etiopia, si tramutavano subito in freddo vapore.
Einvigorito dall'aria fresca afro-alpina, io me ne stavo seduto sull'erba, curvo, con la testa appoggiata alle mani, e guardavo in alto, ammirando le nubi di stelle che erano salite in cielo. La mia mente vag per un po', quindi si concentr sul rumore dell'acqua che zampillava nel lago, a poca distanza da me. Quasi nello stesso momento, dall'interno del castello si elev un lieve canto cadenzato accompagnato da un rullo di tamburo - un suono misterioso, sinistro, che inizialmente era talmente debole e sordo che riuscivo a malapena a distinguerlo.
Mi alzai e mi portai vicino al ponte sopra il fossato. Non avevo intenzione di attraversarlo, poich ero certo che non me lo avrebbero permesso; volevo solo trovare un punto pi conveniente, dal quale ascoltare pi distintamente quella musica arcaica. Inesplicabilmente, invece, sentii molte mani che mi spingevano - con decisione ma delicatamente - e ben presto mi trovai sul ponte. Un bambino mi condusse all'imponente porta d'ingresso, l'apr e, con un sorriso, mi fece cenno di proseguire.
Varcai timidamente la soglia e mi trovai in una grande stanza quadrata, con un soffitto molto alto e con un forte odore di incenso; la stanza era illuminata da dozzine di candele inserite in nicchie scavate nella pietra delle pareti. Una corrente d'aria fredda si insinu sotto la porta che avevo chiuso dietro di me e folate fredde entravano da tutti i lati attraverso crepe e fessure delle pareti, facendo ondeggiare la fiamma delle candele e colare la cera.
In questa penombra spettrale riuscii a distinguere solo le figure vestite e incappucciate di una cinquantina di persone disposte in fila per due a formare un cerchio quasi completo, interrotto solo dalla porta presso la quale mi trovavo. Anche se non potevo esserne certo, mi sembrava che fossero tutti uomini e che la maggior parte di essi fossero preti o diaconi, poich tenevano in mano bastoni da preghiera e sistri e cantavano un salmo ge'ez talmente coinvolgente ed evocativo che avvertii un brivido e mi si rizzarono i peli della nuca. Di fronte a me, su una pietra coperta di erba appena tagliata, sedeva un suonatore di tamburo avvolto in uno shemma bianco, che colpiva la pelle tirata di un kebero con colpi non forti ma insistenti.
Improvvisamente, senza interrompere il ritmo, alcuni membri del coro mi chiamarono e io mi sentii spinto nel loro cerchio, accolto nel loro calore, divenendo io stesso una parte del cerchio. Qualcuno mise un sistro nella mia mano destra e un bastone da preghiera in quella sinistra, mentre il canto continuava, con i cantori che ondeggiavano delicatamente e lentamente da un lato all'altro.
Sentii che anche il mio corpo si adattava involontariamente al ritmo: come gli altri, anch'io cominciai a sollevare e abbassare il sistro tra un colpo di tamburo e l'altro e mentre lo facevo i piccoli dischi metallici dell'antico strumento producevano un discordante tintinnio. Sapevo bene che questo suono irresistibile era molto pi antico del Tempio di Salomone, pi antico anche delle piramidi - poich sistri come questi erano utilizzati nell'Egitto pre-dinastico e da qui, per mezzo dei gruppi sacerdotali dell'epoca faraonica, erano giunti nella liturgia di Israele.
Quanto era strana questa cerimonia, e ancora pi strano era il fatto che io fossi stato ammesso a parteciparvi, proprio qui, nel cuore delle montagne etiopi, sulle sponde di un lago sacro. Con un brivido di esaltazione realizzai che non vi era nulla nella scena che si svolgeva attorno a me, assolutamente nulla che appartenesse al XX secolo. Avrei potuto essere un testimone degli arcani rituali del X secolo a.C, quando l'Arca di Dio fu posta da Salomone nella profonda oscurit del tabernacolo e quando i sacerdoti:
Vestiti con bianchi teli di lino, muniti di cembali e salteri e arpe, stavano all'estremit orientale dell'altare (facendo) sentire un unico suono a lode e ringraziamento di Dio; e quando elevavano la loro voce insieme alle trombe e ai cembali e agli altri strumenti musicali, e lodavano il Signore dicendo: Egli  Dio; la sua misericordia dura per sempre.

Non era forse nello stesso modo che i sacerdoti d'Etiopia - tra i quali c'ero anch'io - cantavano ora lodi al Signore? E non era forse con analogo fervore e convinzione che lo ringraziavano per la sua misericordia e benedivano il suo ineffabile nome, cantando:
Vieni Yahweh Dio, vieni nel luogo del tuo riposo, Tu e l'Arca del tuo potere.
I tuoi sacerdoti, Yahweh Dio, sono vestiti di salvezza, Il tuo fedele gode di prosperit.
La notte trascorse come in un sogno, con la sensazione che le cose avvenissero a caso, una dopo l'altra, in maniera impossibile eppure reale. Vi erano momenti in cui sognavo, come in un'allucinazione, che l'Arca stessa era nascosta da qualche parte nel vecchio castello. Nel profondo del cuore, per, sapevo che non ero ancora arrivato alla fine del mio viaggio, che l'Arca non era qui a Gonder e che avevo ancora molte miglia da percorrere e molti mesi da passare prima di poter anche solo avvicinarmi ad essa. Per il momento dovevo accontentarmi dei tabotat che si trovavano in qualche posto all'interno del castello - con i sette involucri ricoperti di drappi che l'alchimia di una fede cieca e assoluta aveva trasformato senza alcuno sforzo, nelle ultime 24 ore, in un oggetto di enorme significato simbolico.
Prima dell'alba, i sacerdoti mi condussero fuori dal castello e mi fecero salire di nuovo su quello stretto ponte. Mentre la luce cominciava a riempire il cielo io trascorsi un'ora a esplorare il grande recinto. Se la sera prima vi erano l diecimila persone, adesso ve ne erano poche di meno. Alcuni passeggiavano e chiacchieravano a gruppi di due o tre, altri in nuclei pi numerosi, altri ancora cercavano di scaldarsi presso la pallida fiamma dei fuochi ormai quasi spenti. E mi sembr di avvertire di nuovo quella stessa atmosfera di attesa, quello stesso senso di ardente aspettativa che aveva preceduto l'uscita del tabot nella chiesa di Medhane Alem il pomeriggio precedente.
Feci un giro completo del recinto pi interno che circondava il castello e il lago, quindi salii sulla cinta muraria e guardai gi. Sotto di me vidi una scena bellissima e insieme bizzarra: tutto

intorno alle acque quiete e scintillanti del lago correva un sentiero di terra largo circa un metro e mezzo, e su questo sentiero - occupando ogni centimetro quadrato di esso - una folla se ne stava l in attesa, aspettando che succedesse qualcosa, mentre il sole illuminava ormai distintamente le loro figure.
A un certo punto, da un balcone sul retro del castello, apparve, avvolto da una nuvola di incenso, un gruppo di sacerdoti vestiti con sontuosi paramenti verdi e rossi. Dalla folla si alzarono forti grida, poi ci fu una breve cerimonia che, come mi fu detto dopo, serviva a benedire e consacrare le acque. Quindi, con sorprendente rapidit - e con sprezzo, almeno apparente, della rigida temperatura mattutina - la gente cominci a gettarsi nel lago. Alcuni si tuffarono con tutti i vestiti, altri completamente nudi. Una giovane donna immerse nell'acqua il suo bambino, privo di vestiti, e poi lo fece riemergere, sostenendolo in mezzo a una cascata di gocce, mentre il piccolo tossiva e sputava. Un po' pi lontano, un vecchio, curvo e avvizzito, evidentemente infermo, entr nell'acqua fino al petto, con movimenti lenti e precisi. Un gruppo di ragazzini nuotava con vigore, mentre una donna di mezza et, nuda fino alla vita, si frustava la schiena e le spalle con un ramo bagnato... Intanto, dal recinto principale di fronte al castello, la folla alzava grida di incitamento, mentre a migliaia si precipitavano a tuffarsi nel lago, tra risa, scherzi e tuffi fragorosi.
Scesi dal mio punto di osservazione sul muro e rifeci a ritroso il giro del recinto: volevo infatti cercare di rientrare nel castello. I tabotat non erano nel posto dove avevo passato la maggior parte della notte cantando e danzando - dove erano, dunque? E che cosa sarebbe accaduto ancora?
Passando inosservato dalla folla in preda a una sorta di isteria collettiva, attraversai il ponte sul fossato, spinsi la porta ed entrai; subito notai che il pavimento della grande stanza era ancora coperto d'erba e che le pareti erano annerite dal fumo delle candele. Erano ormai circa le 7 del mattino e dalla porta aperta entr un raggio di sole, che fece trasalire un gruppo di diaconi che si erano radunati l. Di fronte a me vi era un arco coperto da una tenda, che non avevo notato quella notte: da quella tenda

apparve a un certo punto un sacerdote. Questi mi guard dapprima con aria interrogativa, quindi sorrise e sembr porgermi il benvenuto.
Avanzai verso di lui e cercai di fargli capire a gesti che avrei voluto passare al di l della tenda. Ma subito egli scosse la testa con veemenza. No, bisbigli in inglese. No..Impossibile. Tabot dentro. Quindi si ritir di nuovo al di l della tenda, dietro la quale sentii arrivare solo deboli passi e movimenti.
Chiamai ad alta voce, sperando di attirare l'attenzione di qualche personalit, ma non ottenni risposta. Allora misi una mano sulla tenda e feci per aprirla. Subito tre dei diaconi che stavano nella stanza dietro di me si precipitarono su di me, mi agguantarono per le braccia e mi gettarono sul pavimento, dove ricevetti anche qualche colpo ben assestato.
Mentre lottavo e mi divincolavo, non riuscivo a pensare con chiarezza, avvertendo solo uno stato di estrema confusione: solo qualche ora prima mi avevano fatto sentire a casa, e ora mi stavano conciando per le feste. Con una certa difficolt spinsi via i miei assalitori e feci per alzarmi; ma questo mio gesto fu interpretato come il preludio di un nuovo tentativo di passare al di l della tenda, e perci ricominciarono con pugni e schiaffi, mentre altri diaconi accorrevano a bloccarmi la strada. Non si pu entrare, disse uno di loro, indicando la stanza dietro la tenda. Solo i preti possono andare. Quindi, agitandomi il suo dito davanti agli occhi, aggiunse: Tu sei un uomo molto cattivo. Fui spinto senza troppe cerimonie fuori dal castello e depositato in malo modo sullo stretto ponte, davanti a parecchie migliaia di persone che mi guardavano corrucciate - e pensai: se sono finito nei guai fino a questo punto solo per aver tentato di entrare in una stanza dove sono custoditi i tabotat, che cosa diavolo mi succeder ad Axum, quando cercher di vedere addirittura l'Arca stessa? Attraversai il ponte, mi feci spazio tra la folla e mi sistemai in un tratto di terreno libero, barcollando leggermente a causa dell'adrenalina che mi circolava vorticosamente nel sangue. Vidi che nel lago vi erano ancora molte persone, e da lontano mi arrivavano grida e rumore di tuffi. La maggioranza, tuttavia, era uscita dall'acqua e si era raccolta nel prato antistante il castello: tutti si spingevano in avanti

con ansia, allungando il pi possibile il collo, eccitati e tuttavia stranamente silenziosi.
Poi alla porta del castello apparvero sette sacerdoti avvolti nei loro paramenti, con in testa i tabotat coperti di broccati. Con studiata lentezza salirono sul ponte e lo percorsero, seguiti da altri sacerdoti che portavano in mano gli ombrelli cerimoniali. In quello stesso momento la folla esal un forte sospiro collettivo, un ardente respiro pieno di timore e di devozione, che venne presto seguito dalle ormai abituali grida delle donne; poi tutti cominciarono a urtarsi e spintonarsi, nel tentativo di spostarsi indietro o di lato per fare spazio ai tabotat che avanzavano.
Durante la mattinata, via via che il sole si avvicinava allo zenith, seguii di nuovo la processione per le strade di Gonder fino alla piazza principale della citt vecchia. Qui venne eseguita ancora una volta la danza di Davide davanti all'Arca, tra le grida della folla e il suono di tamburelli e cembali, trombe, sistri e strumenti a corda.
Alla fine, i sacerdoti che trasportavano i sette tabotat girarono su se stessi e si separarono, e subito anche la folla si divise in sette parti - sette processioni distinte che si dipartirono dalla piazza in sette direzioni diverse.
Correndo per non rimanere indietro, ansante e sudato, mi accodai al tabot di Medhane Alem, seguendolo per tutta la strada del ritorno fino alla vecchia chiesa circolare e l, in mezzo a migliaia di persone che cantavano e ballavano, guardai i sacerdoti che giravano attorno alla chiesa una volta, poi un'altra volta, finch finalmente, accompagnati da un forte boato di gioia e approvazione, scomparvero dalla mia vista ed entrarono nell'oscurit dell'interno - nel tabernacolo, il Santo dei Santi, il mistero dei misteri.

Un anno di sospensione...
Lasciai Gonder nel gennaio 1990, sempre pi sicuro di aver ragione a cercare l'Arca in Etiopia. Malgrado la superficiale vernice cristiana, il ruolo centrale dei tabotat nelle cerimonie alle quali avevo assistito, le strane danze dei sacerdoti, l'entusiasmo frenetico del

popolo, l'arcaica musica dei sistri e dei tamburelli, e di trombe, tamburi e cembali, erano tutti elementi che affondavano le loro radici nel pi lontano e recondito passato. E mi parve allora, cos come mi sembra adesso, che questi intricati rituali, queste complicate istituzioni - tutti focalizzati sul culto vetero-testamentario dell'Arca dell'Alleanza - non sarebbero stati seguiti per tanti secoli con una tale, fervida fedelt se dietro di essi ci fossero state delle mere copie.
No. Gli etiopi possedevano proprio l'Arca. Forse nel modo descritto dal Kebra Nagast, o forse attraverso qualche altra via storicamente pi probabile - una via che avrei potuto in seguito identificare - l'Arca era venuta in loro possesso nel primo millennio a.C. E ora, alla fine del secondo millennio d.C, essa era ancora nelle loro mani, nascosta, celata a occhi indiscreti.
Ma dove?
Sentivo che per rispondere a questa domanda non potevo ignorare le implicazioni di tutte le mie ricerche: la sacra reliquia non si trovava su un'isola del Lago Zwai, n su un'isola del Lago Tana; tutti gli indizi portavano invece a ritenere che essa stesse ancora nel suo tradizionale luogo di custodia - al sicuro, nel tabernacolo del santuario ad Axum. Non vi era una certezza assoluta, naturalmente, ma nel mio cuore ero sicuro di essere nel giusto. E dodici mesi dopo, quando sarebbe tornato il Timkat nel gennaio 1991, dovevo assolutamente andare ad Axum a cercarla - e a vederla, se possibile.
Avvertivo su questo punto un senso di inevitabilit, come se mi fosse stata lanciata una sfida - altrettanto chiara e ineludibile di quella lanciata dal Cavaliere Verde a sir Gawain:
Sono conosciuto da molti, perci se ti sforzerai di trovarmi, non fallirai. Vieni, dunque. O meriterai di essere chiamato vile... Ti do tempo fino a un anno e un giorno da oggi.
E che cosa avrei fatto in quest'anno di sospensione, nel mio anno di grazia? Decisi che avrei appreso tutto ci che potevo riguardo all'oggetto dei miei interessi - le sue origini, soprattutto, e i suoi poteri. Avrei studiato l'Arca di Dio e avrei cercato di scoprire se poteva esservi qualche spiegazione razionale agli atti miracolosi e terrorizzanti che essa aveva compiuto all'epoca dell'Antico Testamento.

Parte IV
EGITTO, 1989-90
Uno strumento mostruoso


Capitolo Dodicesimo MAGIA... O METODO?

Durante il 1989 e il 1990, via via che mi immergevo sempre pi profondamente nei misteri del'Arca dell'Alleanza, cominciai a interessarmi non pi solo di dove essa si trovasse, ma anche di che cosa fosse. Naturalmente mi rivolsi anzitutto alla Bibbia, i cui primi riferimenti all'Arca appartengono al periodo delle peregrinazioni nel deserto, immediatamente dopo che il profeta Mos aveva fatto uscire i figli di Israele dalla prigionia in Egitto (intorno al 1250 a.C.). Nel capitolo 25 del Libro dell'Esodo si legge che Dio stesso rivel a Mos sul Monte Sinai le esatte dimensioni che la sacra reliquia doveva avere e i materiali da usare per costruirla:
Devi costruirmi un'Arca di legno di acacia lunga due cubiti e mezzo, larga un cubito e mezzo e alta uno e mezzo (cio uno scrigno rettangolare che misurasse circa m 1, 14 x 0, 68 x 0, 68). Devi rivestirlo, sia internamente che esternamente, di oro zecchino e decorarlo tutto intorno con una cornice d'oro. Preparerai quattro anelli d'oro e li fisserai ai quattro supporti (o angoli) dell'Arca: due da una parte e due dall'altra. Costruirai anche degli steli di legno di acacia ricoperti d'oro e li farai passare negli anelli su entrambi i lati dell'Arca, ed essi serviranno per portarla. Gli steli dovranno rimanere negli anelli dell'Arca, e non essere tolti... Costruirai inoltre un trono di oro zecchino, lungo due cubiti e mezzo e largo uno e mezzo. Alle due estremit di questo trono porrai due cherubini; li forgerai con oro battuto. Fai il primo cherubino per una estremit e il secondo per l'altra, e fondili con le due estremit del trono in modo che possano fare un tutt'uno con esso. I cherubini avranno le ali aperte e rivolte verso

l'alto, in modo da proiettare la loro ombra sul trono. Dovranno stare l'uno di fronte all'altro, con il viso rivolto verso il trono. Quindi porrai il trono sopra l'Arca... L verr ad incontrarti: l, sopra il trono di grazia, tra i due cherubini che stanno sopra l'Arca.
Queste precise indicazioni divine costituiscono certamente uno dei brani pi strani della Bibbia. Dopo averle ricevute, Mos le comunic parola per parola a un artigiano di nome Bezaleel, un uomo pieno dello spirito di Dio, in saggezza, intelligenza, conoscenza e in tutte le attivit manuali dell'uomo, capace di progettare opere ingegnose. Bezaleel fece l'Arca esattamente come gli era stato ordinato. Poi, quando essa fu pronta, Mos vi pose dentro le due tavole di pietra, anch'esse affidate a lui sul Monte Sinai, sulle quali Dio aveva inscritto i Dieci Comandamenti. L'oggetto sacro, ora pieno del suo contenuto prezioso, fu quindi collocato dietro un velo nel Sancta Sanctorum del tabernacolo - la struttura portatile a forma di tenda che gli israeliti usavano come luogo di culto durante le loro peregrinazioni nel deserto.
Gli atti terrorizzanti e miracolosi
Ben presto cominciarono ad accadere cose terribili. La prima riguard Nadab e Abihu, due dei quattro figli di Aronne, il Sommo Sacerdote, fratello di Mos. Come membri della casta sacerdotale essi avevano libero accesso al tabernacolo, e un giorno vi entrarono portando in mano dei bruciatori di incenso. L, secondo il Libro del Levitico, essi accesero davanti al Signore uno strano fuoco, che egli non aveva ordinato loro. Allora una fiamma devastante si sprigion dall'Arca e li divor ed essi perirono.
E il Signore parl a Mos dopo la morte dei due figli di Aronne, quando essi accesero il fuoco davanti al Signore e perirono. E il Signore disse a Mos: Parla ad Aronne tuo fratello, che egli non venga ogni volta nel luogo santo dietro il velo, davanti al mio trono; che egli non muoia: perch io apparir nella nube sopra il trono.

Il trono di Dio era la lastra di oro zecchino che serviva come copertura dell'Arca. Il lettore ricorder che, montati su entrambe le estremit di esso, l'uno di fronte all'altro, stavano due figure d'oro di cherubini. La nube sopra il trono che minacciava di morte Aronne deve essere stata perci visibile tra i cherubini. Non era sempre presente, ma nelle occasioni in cui si materializzava gli israeliti credevano che i demoni esercitassero il loro potere - e che persino Mos non avrebbe osato avvicinarsi.
Anche altri fenomeni soprannaturali si diceva che si manifestassero tra i cherubini posti l'uno di fronte all'altro, ai due lati del coperchio d'oro dell'Arca. Per esempio, solo qualche giorno dopo la morte dei due figli di Aronne, Mos and nel Sancta Sanctorum del tabernacolo, che era ancora posto all'ombra del Monte Sinai. Una volta entrato, il profeta ud la voce di qualcuno che gli parlava dal trono di Dio che stava sopra l'Arca... da un punto posto tra i due cherubini. Alcune antichissime leggende ebraiche affermavano che questa voce proveniva dal cielo nella forma di un canale di fuoco. E il fuoco - in una forma o in un'altra, con o senza la nuvola mortale - sembra essere stato spesso associato ai cherubini. Secondo una leggenda popolare molto seguita, per esempio, due scintille (altrove de-. scritte come getti di fuoco) venivano sprigionate dai cherubini che facevano ombra all'Arca - scintille che ogni tanto bruciavano e distruggevano gli oggetti vicini.
Alla fine giunse per gli israeliti il tempo di abbandonare il loro accampamento ai piedi del Monte Sinai - chiamato anche la Montagna di Yahweh (dal nome di Dio):
Partirono dalla montagna di Yahweh e viaggiarono per tre giorni. L'Arca dell'Alleanza di Yahweh avanzava alla loro testa in questo viaggio di tre giorni, cercando un posto dove essi potessero accamparsi... E quando l'Arca partiva, Mos diceva, Alzati Yahweh, possano i tuoi nemici essere messi in fuga e coloro che ti odiano correre per tutta la vita davanti a te!. Quando essa si fermava, Mos pregava: Torna, Yahweh, tra i figli di Israele che si riuniscono.
Nel suo viaggio alla testa della colonna degli israeliti, la sacra reliquia veniva portata a spalla dai Kohathiti (o figli di Ko-hath), un sotto-clan della trib dei Leviti al quale appartenevano anche Mos e Aronne. Secondo diverse leggende, e secondo i commentali dei rabbini all'Antico Testamento, questi portantini venivano di tanto in tanto uccisi dalle scintille emesse dall'Arca e, inoltre, venivano talvolta sollevati da terra con tutto il corpo perch l'Arca (era) capace di trasportare se stessa e chi la trasportava. E non era questa l'unica fonte ebraica che insinuava che l'Arca fosse in grado di esercitare una forza misteriosa che in qualche modo poteva contrastare la gravit. Anche altri testi esegetici eruditi sulla Bibbia affermavano che essa sollevava talvolta da terra i suoi portantini (dando quindi un sollievo temporaneo alla loro fatica). Analogamente, una leggenda ebraica piuttosto sorprendente riferisce che mentre i sacerdoti cercavano di trasportare l'Arca furono sollevati in aria da una forza invisibile e poi fatti cadere pi volte a terra. Un'altra leggenda parla di un episodio in cui l'Arca si libr da s nell'aria.
Pervasa com'era da una tale strana energia, non c' da meravigliarsi che, nelle loro peregrinazioni nel deserto, gli israeliti abbiano potuto usare l'Arca, come un'arma - un'arma dotata di poteri talmente terribili che poteva assicurare la vittoria in battaglia anche quando tutti i pronostici erano contrari. Nel resoconto di una di queste battaglie si dice che l'Arca dapprima emise un suono lamentoso, quindi si alz da terra e corse verso i nemici - che naturalmente furono gettati nel panico e massacrati sul posto. In un'altra occasione, invece - a ulteriore conferma della regola - gli israeliti furono sconfitti. Questo avvenne, secondo la Bibbia, perch non avevano l'Arca con s in quel momento - Mos l'aveva negata loro dopo averli messi in guardia dall'attaccare battaglia in quella particolare zona:
Con grande presunzione essi partirono verso le montagne. N l'Arca dell'Alleanza di Yahweh n Mos lasciarono l'accampamento. E scesero gli Amalekiti, che abitavano in quelle terre montuose, e li colpirono e li sconfissero. .
Secondo la Bibbia, gli israeliti passarono 40 anni nel deserto, anni durante i quali capirono che era loro interesse seguire i consigli di Mos alla lettera. In seguito, sotto la sua guida e con l'aiuto dell'Arca, essi riuscirono ad assoggettare le feroci trib della

penisola del Sinai, conquistarono la Transgiordania, vinsero i Madianiti e in generale ebbero ragione di tutti coloro che cercavano di contrastarli. Infine, verso la fine del quarto decennio di peregrinazioni, essi fissarono il loro accampamento nella piana di Moab... di fronte a Gerico.
Al di l del Giordano, vedevano adesso la Terra Promessa. A quel tempo il fratello di Mos, Aronne, era gi morto ed era stato sostituito nell'ufficio di Sommo Sacerdote da Eleazar. Intanto Mos era stato avvertito da Dio che non era suo destino entrare a Canaan e, di conseguenza, aveva nominato Giosu figlio di Nun come suo successore.
Poco dopo Mos mor, ma non prima di aver iniziato Giosu ai misteri dell'Arca dell'Alleanza. Ilnuovo capo aveva dunque un'arma formidabile a sua disposizione, da utilizzare per piegare la strenua resistenza che avrebbe incontrato nella fortezza di Gerico.
Giosu doveva sapere, comunque, che l'Arca era un'arma a doppio taglio - che, se non trattata nel modo giusto, poteva fare del male agli israeliti come ai loro nemici. All'inizio della campagna militare, mentre progettava l'avanzata attraverso il fiume Giordano verso Gerico, mand dei suoi ufficiali per tutto l'accampamento a dire al popolo:
Quando vedete l'Arca dell'Alleanza del Signore vostro Dio, e i sacerdoti Leviti che la trasportano, lasciate tutto e seguitela. Manterrete per uno spazio tra voi e l'Arca, i circa duemila cubiti; non avvicinatevi troppo ad essa..}.
Poi, quando tutto fu pronto:
Giosu parl ai sacerdoti, dicendo: Prendete l'Arca dell'Alleanza, e fatela passare davanti al popolo.... Ed essa pass... e quando coloro che portavano l'Arca arrivarono al Giordano... le acque che provenivano dall'alto si fermarono e si accumularono... mentre quelle che venivano dal basso si separarono... e i sacerdoti che portavano l'Arca dell'Alleanza camminarono al sicuro sul terreno asciutto nel mezzo del Giordano... E... quando i sacerdoti... ebbero finito di attraversare il Giordano e le suole delle loro scarpe toccarono la terraferma... le acque del Giordano tornarono al loro posto... E Giosu parl... dicendo... il Signore vostro Dio ha asciugato le acque del Giordano davanti a voi, affinch poteste attraversarlo.

Chiunque sia ferrato nella tradizione ebraico-cristiana conoscer certamente i dettagli dell'assalto a Gerico che segu il trionfale attraversamento del Giordano. Mentre la maggioranza del popolo stava dietro, alla distanza prescritta di duemila cubiti (pi di mezzo miglio), un gruppetto di sacerdoti marciava, suonando trombe, intorno alle mura della citt portando l'Arca. Questa procedura si ripet ogni giorno per sei giorni. Poi:
il settimo giorno... si alzarono presto, alle prime luci dell'alba, e girarono attorno alla citt allo stesso modo... solo che quel giorno le girarono attorno per sette volte. E... la settima volta, quando i sacerdoti soffiarono nelle trombe, Giosu disse al popolo: Silenzio; perch il Signore vi ha dato la citt.... Cos il popolo tacque mentre i sacerdoti suonavano le trombe: e avvenne che, quando il popolo sent il suono della tromba, e il popolo grid a gran voce, il muro cadde a terra, e il popolo pot cos entrare nella citt... e la citt venne dunque presa... e distrutto tutto ci che vi era all'interno di essa.
Nel deserto, quando era stata da poco costruita, l'Arca era invincibile, e durante le campagne di Giosu nella Terra Promessa la testimonianza biblica ci dice che essa continu a svolgere un importante ruolo militare per molto tempo dopo la caduta di Gerico. Nel giro di 150 anni dalla morte di Giosu, per, si verific un cambiamento: un attento esame di alcuni testi dell'Antico Testamento mostra che, in quel periodo, la reliquia non era pi normalmente portata in battaglia; essa era stata invece sistemata (nel suo tabernacolo) presso un importante santuario conosciuto come Shiloh, dove rest sempre.
La ragione di questo cambiamento stava nel crescente potere e nella crescente fiducia in se stessi che gli israeliti avevano ormai assunto: essi infatti, nell'xi secolo a.C, erano ormai riusciti a conquistare e a mettere saldamente sotto il proprio controllo la maggior parte della Terra Promessa e ora evidentemente non ritenevano pi necessario, in questa situazione, utilizzare la loro arma segreta.
Questa grande sicurezza di s, tuttavia, si rivel fallace in una

importante occasione - la battaglia di Ebenezer, nella quale gli israeliti furono sconfitti dai filistei e 4.000 dei loro uomini furono uccisi. Dopo questa dcle:
Le truppe tornarono al campo e gli anziani.di Israele dissero... Prendiamo l'Arca del nostro Dio da Shiloh affinch essa possa venire fra noi e liberarci dal- potere dei nostri nemici.
Il consiglio fu immediatamente accolto:
Cos il popolo mand dei legati a Shiloh, affinch prendessero l'Arca dell'Alleanza del Signore degli Eserciti, che stava tra i cherubini... e quando l'Arca dell'Alleanza del Signore arriv all'accampamento, tutto Israele grid a gran voce fino a far risuonare la terra.
Sentendo questo rumore, i filistei esclamarono:
Che cosa significheranno tutte queste grida nell'accampamento ebraico?. E poi si accorsero che era giunta nell'accampamento l'Arca di Yahweh. Allora i filistei ebbero paura; e dissero, Dio  venuto nell'accampamento. Ahim!, gridarono.
Non  mai successo prima. Ahim! Chi ci salver dal potere di questo Dio potente?... Ma abbiate coraggio e siate uomini, o filistei, o diventerete schiavi degli ebrei... Siate uomini e combattete.
Fu ingaggiata di nuovo la battaglia e, con grande sorpresa di tutti gli interessati:
Israele fu battuto, e ogni uomo fu scovato nella sua tenda: e ci fu un grande massacro, perch caddero 30.000 uomini di Israele. E l'Arca dell'Alleanza fu presa.
Fu davvero una catastrofe. Mai prima gli israeliti erano stati sconfitti quando avevano portato l'Arca in battaglia e mai prima era stata catturata anche l'Arca. Una tale eventualit era impensabile, inimmaginabile - e tuttavia era accaduta.
Mentre i filistei trionfanti portavano via la reliquia, fu mandato un messo a comunicare la brutta notizia a Eli, il Sommo Sacerdote, che era rimasto a Shiloh:
E... sedette su una sedia in disparte, a guardare... Eli aveva 98 anni e i suoi occhi erano appannati ed egli non riusciva a vedere. E l'uomo disse a Eli: Io sono quello che  uscito dall'esercito, e sono scappato oggi

dall'esercito. Ed egli disse: Che cosa  successo l, figlio mio?. E il messaggero rispose e disse: Israele  caduto di fronte ai Filistei, e vi  stato anche un gran massacro tra il popolo... e l'Arca di Dio  stata presa. Quando egli nomin l'Arca di Dio, Eli cadde all'indietro dalla sua sedia... Si ruppe il collo e mor, poich era vecchio e pesante. (E) sua nuora... era in attesa di un figlio e stava per partorire. Quando ud che l'Arca di Dio era stata catturata... si accovacci e partor, perch subito le erano venute le doglie.
Il nuovo nato venne chiamato Ichabod, che significa dov' la gloria?. Questo strano nome fu scelto, spiega la Bibbia, perch la madre si era lasciata andare a un grido di dolore quando aveva ricevuto la notizia della perdita dell'Arca: Ed ella disse: "La gloria di Dio si  allontanata da Israele: perch l'Arca di Dio  stata presa".
Il futuro avrebbe portato avvenimenti anche pi strani e allarmanti:
Quando i filistei ebbero catturato l'Arca di Dio la portarono da Ebenezer ad Ashdod. Portando l'Arca di Dio i filistei la posero nel tempio della flora divinit) Dagon, sistemandola vicino alla statua di Da-gon. Il mattino dopo, quando il popolo di Ashdod si rec al tempio di Dagon, trov la statua del dio per terra a faccia in gi davanti all'Arca di Yahweh. La gente raccolse la statua e la rimise al suo posto. Ma all'alba del mattino dopo Dagon fu trovato di nuovo per terra a faccia in gi davanti all'Arca di Yahweh, ma la testa e le mani erano staccate dal resto del corpo e giacevano vicino alla porta; solo il tronco di Dagon era rimasto al suo posto. Ecco perch i sacerdoti di Dagon e tutti coloro che entrano nel tempio di Dagon ancora oggi non camminano sulla soglia di Dagon ad Ashdod. La mano di Yahweh si abbatt pesantemente sul popolo di Ashdod e gett la gente nel terrore, affliggendola con tumori, ad Ashdod e nel suo territorio. Quando gli uomini di Ashdod videro ci che stava succedendo dissero: L'Arca del Dio di Israele non deve stare qui con noi, perch la sua mano cade pesantemente su di noi e sul nostro dio Dagon. Cos convocarono tutti i capi dei filistei e dissero, Che cosa dobbiamo fare con l'Arca del Dio di Israele?. E decisero: L'Arca del Dio di Israele deve andare a Gath. Portarono dunque a Gath l'Arca del Dio di Israele. Ma quando l'ebbero portata l, la mano di Yahweh si abbatt su quella citt provocando un grande

terrore; tutti gli abitanti della citt, dal pi giovane al pi vecchio, furono colpiti dai tumori che egli aveva mandato loro. Mandarono dunque l'Arca di Dio a Ekron, ma quando essa arriv a Ekron gli ekroniti gridarono: Ci hanno portato l'Arca del Dio di Israele per portare la morte a noi e al nostro popolo. Convocarono allora i capi dei filistei e dissero: Mandate via l'Arca del Dio di Israele; non lasciate che essa apporti morte a noi e al nostro popolo - poich vi era un panico mortale per tutta la citt; la mano di Dio era davvero molto pesante. Coloro che non morirono furono colpiti da tumori e i lamenti si alzarono dalla citt e arrivarono fino al cielo.
Scossi dalle orribili afflizioni che avevano dovuto patire a causa della reliquia, i filistei alla fine decisero - dopo sette mesi - di rimandarla l da dove era venuta. A questo scopo la caricarono su un carro nuovo trainato da due mucche da latte e la mandarono in direzione di Bethshemesh, il punto pi vicino all'interno del territorio di Israele.
Ben presto accadde un altro disastro, e questa volta le vittime non furono i filistei:
Quelli di Bethshemesh stavano mietendo il grano nella valle: sollevarono gli occhi e videro l'Arca, e furono felici di vederla. E il carro arriv al campo di Giosu, un bethshemita, e l si ferm, vicino a una grande pietra: e gli uomini di Bethshemesh fecero offerte e sacrifici quello stesso giorno al Signore... Ma egli castig gli uomini di Bethshemesh perch avevano guardato dentro all'Arca del Signore, e colp tra il popolo cinquantamila e settanta uomini; e il popolo si lament perch il Signore aveva colpito tanti uomini del popolo con un massacro cos grande.
Il testo sopra citato  tratto dalla Versione autorizzata della Bibbia di re Giacomo, composta all'inizio del xvn secolo. Altre traduzioni pi recenti concordano sul fatto che alcuni uomini di Bethshemesh furono colpiti dall'Arca, ma abbassano il numero a 70 invece che 50.070 - ed  opinione unanime degli studiosi moderni che sia questa la cifra esatta.
Settanta uomini, quindi, guardarono nell'Arca dell'Alleanza quando questa arriv al campo di Giosu il bethshemita, e, come risultato, questi 70 uomini perirono. Non si sa esattamente come morirono, ma non vi  dubbio che furono uccisi dall'Arca - e in un

modo sufficientemente drammatico e orribile da portare i sopravvissuti a concludere: Nessuno  al sicuro alla presenza del Signore, questo santo Dio. A chi possiamo mandarla per liberarcene?. A questo punto, in maniera improvvisa e piuttosto misteriosa, apparve un gruppo di sacerdoti leviti, i quali presero l'Arca del Signore, e la trasportarono non alla sua dimora precedente presso Shiloh, ma a un luogo chiamato Kiriath-Jearim dove essa fu sistemata nella casa di Abinadab sulla collina.
E su quella collina rimase, isolata e sorvegliata, per il mezzo secolo successivo. Anzi, nessuno la spost pi finch Davide non divenne re di Israele. Uomo potente e intelligente, egli aveva da poco conquistato la citt di Gerusalemme, e ora intendeva consolidare la sua autorit portando presso la sua nuova capitale la pi sacra reliquia del suo popolo.
La data doveva essere compresa tra il 1000 e il 990 a.C.. Ecco che cosa avvenne:
Collocarono l'Arca di Dio su un nuovo carro e la portarono via dalla casa di Abinadab che sta sulla collina. Uzzah e Ahio... guidavano il carro. Uzzah camminava a fianco dell'Arca di Dio e Ahio stava davanti... Quando arrivarono alla fattoria di Nacon, Uzzah allung la mano verso l'Arca di Dio e la rimise a posto, poich i buoi l'avevano fatta inclinare. Allora la rabbia di Yahweh si scaten contro Uzzah, e per questo crimine Dio lo colp proprio l dove si trovavano, ed egli mor dietro l'Arca di Dio.
E naturalmente:
Davide aveva paura del Signore quel giorno e disse: Come posso dare asilo all'Arca del Signore dopo questo?. Sentiva che non poteva portare con s l'Arca del Signore alla citt di Davide.
Allora egli cambi rotta e la port alla casa di Obed-edom il Gittita. E in quella casa l'Arca dell'Alleanza rimase per tre mesi, durante i quali il monarca ebreo aspett per vedere se essa avrebbe ucciso qualcun altro. Non capitarono altri disastri, per. Al contrario: Dio benedisse Obededom e tutta la sua famiglia. Le Scritture non precisano la natura di questa benedizione. Secondo antiche tradizioni popolari, per, essa consistette nel fatto che Obededom ebbe la gioia di molti figli... Le donne

della sua casa partorirono dopo una gravidanza di soli due mesi e portavano sei figli per volta. La Bibbia fa proseguire la storia cos:
Ho sentito dire che re Davide, cio, il Signore ha benedetto la casa di Obededom e tutti i suoi parenti, grazie all'Arca di Dio. Perci Davide and e port con gioia l'Arca di Dio dalla casa di Obededom alla citt di Davide.
Durante questo viaggio:
I figli dei Leviti portarono a spalla l'Arca di Dio mediante le aste di cui essa era dotata, come Mos aveva raccomandato secondo la parola di Dio.
Poi, finalmente, Davide guid la gioiosa processione dentro Gerusalemme con grida e con il suono della tromba, e con musica suonata con tutti i tipi di strumenti di legno, anche con arpe, salteri, tamburelli e cembali.
Davide sperava di poter costruire un tempio in Gerusalemme in cui poter alloggiare l'Arca. Alla fine, per, non riusc a soddisfare questa ambizione e dovette accontentarsi di collocare la reliquia in una semplice tenda del tipo che era stato utilizzato durante le peregrinazioni nel deserto.
L'onore (o il vanto?) di erigere un tempio fu dunque lasciato a un altro. Come disse Davide stesso prima di morire:
Quanto a me, io avevo in animo di costruire una casa dove l'Arca dell'Alleanza del Signore potesse riposare... e avevo preparato tutto per la costruzione... Ma Dio mi disse: Tu non costruirai una casa per il mio nome... Salomone tuo figlio costruir la mia casa.
E questa profezia si comp. Per ordine di Salomone, i lavori del Tempio cominciarono intorno all'anno 966 a.C. e terminarono poco pi di dieci anni dopo, probabilmente nel 955 a.C.. Poi, quando tutto fu pronto, fu preparato il tabernacolo - un luogo che il Signore aveva ordinato che fosse completamente oscuro - per ricevere il prezioso oggetto:
Salomone riun gli anziani di Israele, e tutti i capi delle trib... (dicendo loro) che potevano portare l'Arca dell'Alleanza del Signore... -E tutti gli anziani di Israele vennero, e i sacerdoti presero l'Arca. E

portarono l'Arca del Signore... E re Salomone e tutta la congregazione di Israele riunitasi attorno a lui, tutti stavano con lui davanti all'Arca, sacrificando pecore e buoi in numero incalcolabile. E i sacerdoti portarono l'Arca dell'Alleanza del Signore al suo posto nel Tempio... nel tabernacolo.
E l la sacra reliquia rimase, avvolta nella profonda oscurit, finch scomparve misteriosamente in una data imprecisata tra il x e il vi secolo a.C.. Come ho gi detto nel capitolo primo, non esiste alcuna spiegazione di questa scomparsa, che gli storici considerano uno dei grandi misteri irrisolti della Bibbia. Quasi altrettanto inspiegabili, per, sono gli spaventosi poteri che essa sembra aver posseduto nel suo periodo aureo - poteri che nell'Antico Testamento vengono dipinti come provenienti direttamente da Dio.
Deus ex madrina
Nel cercare di penetrare il mistero dell'Arca, giravo continuamente intorno al problema dei suoi stupefacenti poteri. A che cosa potevano essere dovuti? Mi sembrava che ci fossero tre possibili risposte:
1) L'Antico Testamento aveva ragione. L'Arca era davvero un ricettacolo di energia divina e questa energia era la fonte di tutti i miracoliche essa compiva.
2) L'Antico Testamento aveva torto. L'Arca non era che un cofanetto decorato e i figli di Israele erano vittime di allucinazioni di massa chedurarono per parecchie centinaia d'anni.
3) L'Antico Testamento aveva contemporaneamente ragione e torto. L'Arca possedeva dei veri poteri, ma quei poteri non erano n soprannaturali n divini. Al contrario, erano opera dell'uomo.
Esaminai bene tutte e tre le opzioni e conclusi che non potevo certo accogliere la prima, a meno che non fossi disposto a considerare Yahweh, il Dio degli israeliti, come un assassino psicopatico, o come una sorta di genio maligno che viveva in una scatola. Non potevo neanche accogliere la seconda - soprattutto perch l'Antico Testamento, che consta di una serie di libri risalenti a

periodi molto diversi,  estremamente coerente laddove si tratta dell'Arca. In tutte le Scritture essa rappresenta l'unico oggetto esplicitamente descritto come portatore di energie soprannaturali: tutti gli altri oggetti di fabbricazione umana vengono trattati come tali. Anzi, anche articoli caratterizzati da un alone eccezionalmente sacro, come il candelabro d'oro a sette bracci conosciuto come menorah, la cosiddetta tavola del pane rituale e l'altare sul quale venivano compiuti i sacrifici, erano chiaramente percepiti come nient'altro che pezzi importanti dell'arredo rituale.
L'Arca era quindi qualcosa di unico, che non aveva rivali n nella speciale reverenza accordatale dagli scribi, n negli spaventosi poteri che le vennero attribuiti per tutto il lungo periodo in cui essa domin la storia biblica. Inoltre sembra proprio che questi presunti poteri non siano mai stati vittima di un immaginario abbellimento letterario: al contrario, dal momento della sua costruzione ai piedi del Monte Sinai fino alla sua improvvisa e inspiegabile scomparsa alcune centinaia d'anni dopo, essa continu a esibire lo stesso repertorio spettacolare ma limitato: continu dunque a sollevare in aria se stessa, i suoi portantini e altri oggetti; continu a emettere luce; continu a essere associata con una strana nube che si materializzava tra i cherubini; continu ad affliggere la gente con malattie come lebbra e tumori; e continu a uccidere coloro che accidentalmente la toccavano o l'aprivano.  tuttavia significativo il fatto che essa non mostr mai nessuno dei poteri che ci si sarebbe potuti aspettare se si fosse trattato di un'allucinazione di massa o se la storia fosse stata improntata a una buona dose di finzione: per esempio, non faceva piovere; non tramutava l'acqua in vino; non risuscitava i morti; non scacciava i demoni; e non sempre vinceva le battaglie in cui veniva portata (anche se di solito era cos).
In' altre parole, per tutta la sua storia, essa si comport sostanzialmente come una macchina potente progettata per compiere alcune funzioni specifiche e che solo nei parametri di questo progetto esprimeva la sua efficacia - bench anche in questo caso, come tutte le macchine, non fosse del tutto infallibile, a causa di difetti nella sua costruzione e perch era soggetta a errori umani e a logoramento.

Formulai quindi la seguente ipotesi, in linea con la terza alternativa prima indicata: l'Antico Testamento aveva effettivamente ragione e torto insieme. L'Arca possedeva davvero dei poteri, ma quei poteri non erano n soprannaturali n divini; al contrario, devono essere stati il prodotto dell'abilit e dell'ingenuit umana.
Questa, naturalmente, era solo una teoria - una speculazione sulla quale basare le mie future ricerche - e si scontrava con molti legittimi dubbi. Anzitutto, come  possibile che degli uomini abbiano costruito un oggetto cos potente pi di tremila anni fa, quando la tecnologia e la civilt dovevano presumibilmente essere a uno stadio estremamente rudimentale? Sentivo che questa domanda stava al cuore di tutto il mistero. Nel cercare una possibile risposta capii che dovevo considerare anzitutto il contesto culturale della sacra reliquia - un contesto che era quasi completamente egiziano. Dopo tutto, l'Arca era stata costruita nel deserto del Sinai nel giro di pochi mesi da quando Mos aveva condotto il suo popolo fuori dalla cattivit in Egitto - una cattivit che era durata per pi di 400 anni. Ne conseguiva che l'Egitto era senz'altro uno dei primi posti in cui trovare indizi sulla vera natura dell'Arca.

L'eredit di Tutankhamon
Mi convinsi che avevo ragione riguardo a questo, dopo aver compiuto una visita al Museo del Cairo. Situato nel cuore della capitale egiziana, vicino alla sponda orientale del Nilo, questo imponente edificio raccoglie un numero incalcolabile di manufatti di epoca faraonica datati fino al IV millennio a.C. Uno dei piani superiori era interamente dedicato a una mostra permanente di oggetti appartenenti alla tomba di Tutankhamon, il giovane monarca che regn in Egitto dal 1352 al 1343 a.C, cio un centinaio d'anni prima del tempo di Mos. Questa mostra mi affascin a tal punto che rimasi l per ore girando tra i reperti e ammirandone la bellezza e la variet. Non fui affatto sorpreso nell'apprendere che l'archeologo inglese Howard Carter aveva impiegato sei

lunghi anni a svuotare il grandioso sepolcro che aveva scoperto nella Valle dei Re nel 1922. Tuttavia, ci che mi interess maggiormente del tesoro che egli aveva portato alla luce fu il fatto che esso comprendesse dozzine di scrigni o scatole simili all'Arca, alcuni con paletti per il trasporto, altri senza, ma tutti concettualmente simili all'Arca dell'Alleanza.
Di gran lunga i pi interessanti tra questi oggetti erano le quattro tombe che erano state costruite per contenere il sarcofago di Tutankhamon. Le tombe, che esaminai con molta attenzione, avevano la forma di grandi scatole rattangolari che originariamente erano poste una dentro l'altra, ma che ora- erano semplicemente affiancate. Poich ognuna delle scatole era fatta di legno ed era inoltre rivestita dentro e fuori con oro zecchino, era difficile resistere alla conclusione che la mente che aveva concepito l'Arca dell'Alleanza doveva avere una certa familiarit con oggetti come questi.
Un'altra prova a sostegno di questa derivazione culturale era data dalla presenza sulle porte e sulle pareti posteriori delle tombe di due figure mitiche: donne alate alte e terribili, feroci e imperiose nella statura e nel volto - come austeri angeli vendicatori. Queste creature potenti e maestose, che dovevano forse fornire una protezione rituale al prezioso contenuto della tomba, erano ritenute delle rappresentazioni delle dee Iside e Nefertiti (Nephthys). In se stessa tale identificazione non aveva alcun significato particolare per me, eppure non potei fare a meno di notare che le due divinit avevano le ali aperte e rivolte verso l'alto come i cherubini di cui si parlava nella descrizione biblica dell'Arca, e che inoltre erano rivolte l'una verso l'altra, proprio come i cherubini. E anche se non erano statue singole, ma erano scolpite in altorilievo sulle porte, si vedeva chiaramente che erano fatte di oro battuto - ancora una volta proprio come gli angeli descritti nella Bibbia.
Sapevo che nessuno studioso aveva mai saputo stabilire con precisione qual era l'aspetto di questi cherubini; concordavano tutti solo sul fatto che essi non assomigliavano affatto ai paffuti angioletti di tante rappresentazioni dell'arte occidentale posteriore, poich queste rappresentazioni erano, nella migliore delle

ipotesi, delle interpretazioni ripulite e cristianizzate di un concetto pagano molto antico. Perso nei miei pensieri al Museo del Cairo, per, andavo convincendomi che i terribili guardiani alati delle tombe di Tutankhamon erano i modelli pi diretti che avessi mai potuto trovare dei due cherubini dell'Arca, che erano stati davvero concepiti come sentinelle per essa e che spesso erano anche serviti da veicoli della sua immensa e mortale potenza.

I tabotat di Apet
Ben presto, per, avrei scoperto che il retroterra egizio dell'Arca non si limitava a questo: Tutankhamon aveva lasciato anche un'altra eredit che mi aiut a cogliere nella sua interezza il significato di quel retroterra. Durante una visita al grande tempio di Luxor nell'Alto Egitto nell'aprile 1990, mentre attraversavo l'elegante colonnato che si estende verso est dal palazzo di Ramses II, mi imbattei in una storia incisa nella pietra - un racconto incancellabile, e riccamente illustrato dell'importante Festa di Apet che era stato inciso qui nel XIV secolo a.C, per ordine diretto di Tutankhamon.
Anche se erano erosi dal passaggio dei millenni, i rilievi ormai sbiaditi sulle mura occidentali e orientali del colonnato erano ancora sufficientemente visibili per permettermi di cogliere i rudimenti di quella festa, che ai tempi di Tutankhamon segnava il culmine della piena annuale del Nilo da cui dipendeva gran parte dell'agricoltura dell'Egitto. Sapevo gi che queste inondazioni periodiche (oggi trattenute dalla Diga di Assuan con nefaste conseguenze ecologiche) erano prodotte quasi esclusivamente dalla lunga stagione delle piogge delle montagne etiopi - un diluvio che ogni anno precipitava gi dal Lago Tana attraverso il Nilo Azzurro riversando centinaia di migliaia di tonnellate di fertile fango nelle campagne della regione del Delta e contribuendo per circa 6/7 al volume totale di acque del sistema fluviale del Nilo90. E questo apriva la possibilit che la cerimonia dell'Apet si rivelasse per qualche verso importante per la mia ricerca: dopo tutto, essa celebrava un chiaro legame tra la vita dell'antico

Egitto e avvenimenti della lontana Etiopia. Molto probabilmente questo legame non era altro che una coincidenza dovuta a fattori climatici e geografici; tuttavia, almeno a prima vista, mi sembrava meritevole di interesse.
In realt si rivel molto pi di questo.
Nell'esaminare anzitutto il muro occidentale del colonnato sul quale comparivano i rilievi di Tutankhamon, il mio occhio cadde subito su quella che sembrava proprio un'Arca, sollevata a spalle mediante le aste di trasporto da un gruppo di sacerdoti. Osservando meglio, accertai che era effettivamente cos, solo che l'oggetto trasportato aveva la forma di un'imbarcazione piuttosto che di uno scrigno; per il resto, la scena che avevo davanti sembrava una fedele illustrazione del brano del primo Libro delle Cronache nel quale si afferma che i sacerdoti leviti dell'antico Israele portavano l'Arca di Dio con le aste sulle spalle come aveva ordinato Mos.
Allontanandomi un po' per avere una prospettiva d'insieme, notai che tutto il muro occidentale era coperto da rappresentazioni molto simili a quella che aveva attratto inizialmente la mia attenzione. In quella che sembrava una gioiosa processione di massa riuscii a distinguere la forma di diverse barche simili ad Arche portate a spalla da diversi gruppi di sacerdoti, davanti ai quali vi erano dei musicisti che suonavano sistri e altri strumenti, degli acrobati che si esibivano e la gente che cantava e ballava, battendo le mani per l'entusiasmo. -
Con il polso accelerato mi sedetti in un punto d'ombra nel prato che circondava la base rotta di una colonna e meditai sulla sensazione di dja vu che mi aveva sopraffatto. Non erano passati neanche tre mesi da quando avevo partecipato al Timkat nella citt etiope di Gonder il 18 e 19 gennaio 1990, e avevo ancora fresco nella mente il ricordo dettagliato di quella celebrazione, di quei due giorni di frenesia religiosa. Non potevo quindi, fare a meno di notare le analogie tra quella festa e l'estatica processione raffigurata sulle pietre ormai rovinate del tempio egizio. Entrambi gli eventi erano imperniati su una sorta di culto dell'Arca, con le arche che venivano sollevate da gruppi di sacerdoti e adorate da una folla in preda a isteria collettiva.

E non era tutto: il Timkat era caratterizzato da danze arcaiche e dal suono di vari strumenti musicali davanti alle arche; ma ora potevo vedere che queste erano anche caratteristiche intrinseche della festa di Apet, perfino quanto al tipo di strumenti usati, che in molti casi erano identici a quelli che avevo visto a Gonder. Naturalmente le tavolette piatte dei tabotat che i sacerdoti etiopi portavano sulla testa erano alquanto diverse dalle arche a forma di barca che i loro predecessori egizi portavano a spalla. E tuttavia dalle mie ricerche (su cui mi sono dilungato nel capitolo 6) sapevo che etimologicamente il significato originale della parola tabot era contenitore a forma di barca. Anzi, il termine dell'antico ebraico tebah (dal quale era derivata la parole etiope) era usato nella Bibbia per indicare proprio delle arche a forma di imbarcazione, soprattutto l'Arca di No e l'arca di canne di papiro in cui il piccolo Mos era stato affidato alla corrente del Nilo. A questo punto non poteva essere un caso neanche il fatto che il Kebra Nagast avesse descritto l'Arca dell'Alleanza come il ventre di una nave contenente le Due Tavole che furono scritte dal dito di Dio.
Dopo aver ripreso fiato, mi alzai e lasciai il mio posticino all'ombra per ritornare nel sole di mezzogiorno che illuminava tutta la zona del colonnato. Ripresi dunque l'esame dei pallidi rilievi della festa di Apet che, sul muro occidentale, raffiguravano il trasporto dell'Arca da Karnak al Tempio di Luxor (una distanza di circa tre miglia) e, sul muro orientale, rappresentavano il percorso inverso della processione, da Luxor lungo il Nilo di nuovo fino a Karnak, dove, con opportune cerimonie, le imbarcazioni sacre venivano reinstallate nei loro luoghi di custodia originari. Ogni particolare di queste complesse scene, meravigliosamente incise, mi richiamava alla mente il Timkat di Gonder - anch'esso costituito da una processione di andata (dalle chiese al lago battesimale dietro il vecchio castello) e da una di ritorno (che aveva riportato i tabotat alle loro chiese di partenza). Inoltre, era chiaro che le strane cerimonie alle quali avevo assistito nelle prime ore del mattino del 19 gennaio presso il lago erano anch'esse prefigurate nella festa di Apet che sembrava caratterizzata, a ogni livello, da una speciale riverenza

nei confronti dell'acqua (anzi, i rilievi della prima parte della processione mostravano che le arche erano state trasportate direttamente dal tempio alle rive del Nilo, dove si erano poi compiuti dei complessi rituali).

Un aiuto dalla dottrina
Dopo aver terminato il mio viaggio in Egitto nell'aprile 1990, cercai di trovare qualche conferma a quanto avevo scoperto laggi, e scoprii che gli esperti erano d'accordo su tutte le mie congetture. Durante un incontro, per esempio, Kenneth Kitchen, professore di Egittologia all'Universit di Liverpool, conferm che gli scrigni della tomba di Tutankhamen che avevo visto al Museo del Cairo potevano effettivamente essere dei prototipi dell'Arca dell'Alleanza: Quanto meno, disse nel suo aperto e piuttosto, enfatico accento dello Yorkshire, dimostrano che scatole di legno rivestite d'oro erano degli oggetti piuttosto diffusi dell'arredo religioso del tempo e che quindi Mos avrebbe avuto a sua disposizione la tecnologia e la capacit manuale per fabbricare l'Arca. I metodi di costruzione che egli avrebbe utilizzato e l'uso di queste strutture prefabbricate per scopi religiosi sono abbondantemente attestati nei resti archeologici giunti fino a noi, quadri e testi egiziani che coprono un lungo periodo di tempo.
Trovai anche un sostegno accademico al legame che ero certo esistesse tra la festa di Apet e le prime cerimonie ebraiche imperniate sull'Arca dell'Alleanza. Tra la messe di materiale che trovai alla British Library vi era un libro pubblicato a Londra nel 1884 dalla Religious Tract Society, dal titolo Nuova luce dagli antichi monumenti. Credo che avrei completamente ignorato questo volumetto se non avessi notato che il suo autore era un certo A.H. Sayce (che quando aveva scritto il libro era professore aggiunto di Filologia all'Universit di Oxford). Poich ricordavo che E.A. Wallis Budge, una delle maggiori autorit nel campo della religione egiziana, teneva Sayce in grande considerazione - descrivendolo come un illustre studioso - aprii il libro al capitolo intitolato L'Esodo dall'Egitto e lessi che, secondo Sayce, la legge e i rituali degli israeliti erano derivati da molte fonti, tra cui svariate feste e cerimonie in cui:
Gli dei erano portati in processione all'interno di navi, che, come sappiamo dalle sculture, assomigliavano nella forma all'Arca ebraica, e li portavano a spalla degli uomini per mezzo di doghe.
Incoraggiato dal sostegno che questo illustre professore del XIX secolo aveva dato alle mie elucubrazioni, passai a esaminare il resto del materiale dottrinario di cui disponevo e potei accertare che le arche a forma di nave portate in processione durante la festa di Apet contenevano davvero gli dei, o meglio piccole statuette di varie divinit del pantheon egizio. Queste statue erano fatte di pietra e perci non mi sembravano troppo distanti concettualmente dalle Tavole della Testimonianza di pietra che si dice fossero contenute nell'Arca dell'Alleanza e che gli israeliti consideravano come espressione del loro Dio. Come aveva scritto uno studioso ebraico in un articolo degli anni Venti:
La tradizione delle due sacre Tavole di pietra contenute nell'Arca porterebbe alla conclusione che il contenuto originario dell'Arca deve essere stato una pietra sacra... (che) era concepita sia come la divinit stessa, sia come l'oggetto in cui si pensava che la divinit stesse in permanenza".
Ma non fu questa l'unica connessione che riuscii a individuare tra l'Arca dell'Alleanza e le arche a forma di nave che comparivano nelle feste di Apet. Queste feste, come si ricorder, si tenevano nella citt dell'Alto Egitto chiamata Luxor, un nome relativamente recente derivato dall'arabo L'Ouqsor (che significa I palazzi). Molto prima, nel periodo dell'influenza greca sull'Egitto (all'incirca a partire dal V secolo a.C.) tutta la regione, compreso il vicino tempio di Karnak, era chiamata Thebai. Gli europei moderni hanno poi modificato questo nome nel pi comune Tebe, ma in questo processo hanno messo in ombra un'interessante etimologia: la parola Thebai derivava infatti da Tapet, il nome con cui veniva chiamato, nell'era di Tutankhamen e Mos, il complesso religioso di Luxor/Karnak. E Tapet a sua volta

non era che il femminile di Apet - in altre parole, la denominazione originaria di Luxor e Karnak derivava dalla grande festa per la quale esse erano rinomate, una festa imperniata su una processione in cui delle arche venivano portate da un tempio all'altro. Ci che pi mi interessava, naturalmente, era la somiglianz fonetica tra le parole Tapet e tabot, una somiglianza che mi sembr ancor meno una coincidenza quando appresi da una fonte attendibile che la forma delle arche Tapet aveva subito un'evoluzione e col passare dei secoli aveva cessato di assomigliare a una nave e aveva assunto sempre pi marcatamente l'aspetto di una scatola.
Come ho gi detto, avevo gi accertato che il termine etiope tabot derivava dall'ebraico tebah, che significava contenitore a forma di nave. Ora cominciai a chiedermi se per caso questo termine tebah non derivasse a sua volta dall'antico egiziano Tapet - e se questa derivazione non corrispondesse al fatto che le cerimonie in onore dell'Arca dell'Alleanza si erano modellate su quelle della festa di Apet.
Tutti questi legami e coincidenze, anche se non costituivano certamente delle vere e proprie prove, rafforzarono la mia convinzione che l'Arca dell'Alleanza potesse essere compresa solo se rapportata al contesto del suo retroterra egizio. Tra l'altro, come aveva puntualizzato il professor Kitchen, quel retroterra dimostrava che Mos avrebbe effettivamente avuto a sua disposizione tecnologia e capacit manuali per adempiere al comando di Dio di costruire un'Arca di legno di acacia e di rivestirla dentro e fuori di oro zecchino.
Al tempo stesso, per, la sacra reliquia era stata molto di pi di una semplice scatola di legno rivestita d'oro: mi domandavo perci se anche la spiegazione del suo tremendo e distruttivo potere andasse ricercata in Egitto.
Per cercare tale spiegazione feci parecchi viaggi in quel paese, parlando con teologi, studiosi della Bibbia e archeologi. Mi circondai di libri rari, testi religiosi, miti e leggende popolari per vedere se nella trama fantastica potevo trovare qualche filo di verit.
Pi avanzavo nelle mie ricerche, pi mi interessavo alla figura di Mos, il profeta ebraico detentore della Legge che sfid il faraone, condusse i figli di Israele alla Terra Promessa e ordin la costruzione dell'Arca dell'Alleanza dopo aver ricevuto da Dio stesso indicazioni specifiche al riguardo. pi esaminavo questa figura imponente, eroica, pi mi convincevo che nel racconto della sua vita avrei trovato informazioni di fondamentale importanza per la comprensione dell'Arca.

Un mago di alto livello...
E' probabile che ogni cristiano, musulmano ed ebreo di oggi abbia in qualche angolo della sua mente una pallida immagine del profeta Mos; io non facevo certo eccezione a questa regola quando cominciai a occuparmi seriamente di lui e del suo ruolo nel mistero dell'Arca. Il mio problema, tuttavia, era che dovevo liberarmi di quella visione caricaturale di Mos che avevo acquisito da bambino, al catechismo, e dovevo invece sforzarmi di penetrare a fondo la personalit di quest'uomo che, per opinione unanime degli studiosi, era la figura di maggior spicco nella nascita e nella formulazione della religione ebraica. 
In questo compito mi fu di grande aiuto l'ampia e autorevole opera storica di Havio Giuseppe, un fariseo che visse nel I secolo d.C. nella Gerusalemme occupata dai romani. Nelle sue Antichit degli ebrei, che si basano su fonti e materiali di riferimento che oggi non abbiamo pi, questo diligente studioso raccont sotto forma di cronaca i 400 anni di schiavit degli ebrei in Egitto, che durarono approssimativamente dal 1650 al 1250 a.C, probabile data dell'Esodo. La nascita di Mos fu un evento chiave di questo periodo e fu, a detta di Giuseppe, predetta da un sacro scriba egiao, una persona che aveva una notevole abilit nel predire esattamente il futuro, il quale inform il faraone che stava per sorgere tra gli israeliti:
Uno che, diventato adulto, avrebbe messo in ombra la sovranit degli egizi e che avrebbe sorpassato tutti gli uomini per virt, acquistandosi una fama eterna. Allarmato, il re, su consiglio dei saggi, ordin che tutti i bambini maschi degli israeliti fossero gettati nel fiume e lasciati
morire.

Nell'udire questo editto un certo Amram (il futuro padre di Mos) sprofond in una dolorosa perplessit perch sua moglie era allora in attesa di un figlio. Ma Dio gli apparve in sogno e lo confort con la notizia che:
Questo bambino, la cui nascita ha riempito gli egiziani di un tale terrore da spingerli a condannare a morte tutta la progenie degli israeliti, sfuggir a coloro che cercheranno di ucciderlo e, dotato di prodigiosa saggezza, affrancher la razza ebraica dalla schiavit in Egitto, e sar ricordato finch durer l'universo, non soltanto dagli ebrei ma anche dalle altre nazioni.
Apprezzai questi due brani soprattutto per il fatto che ampliavano notevolmente il racconto biblico della nascita di Mos contenuto nei capitoli iniziali del Libro dell'Esodo. Notai con interesse che il grande legislatore degli ebrei era effettivamente ricordato anche dalle altre nazioni; ma di gran lunga pi interessante era l'enfasi posta sulla profezia del sacro scriba che, con la sua abilit nel predire il futuro, non poteva che essere un astrologo alla corte del faraone. Da questo punto di vista Giuseppe sembrava sottintendere che, fin dall'inizio, la figura di Mos era stata circondata da un alone magico: ci trovavamo quindi in presenza di un mago che annunciava l'avvento di un altro mago.
La sostanza degli avvenimenti che seguirono la nascita del bambino  troppo conosciuta perch io mi dilunghi qui a ripeterla: all'et di soli tre mesi egli fu posto dai suoi genitori in un cesto di canne di papiro rivestito di bitume e gettato alla deriva nel Nilo; la figlia del faraone stava facendo il bagno nel fiume; vide il piccolo cesto che galleggiava, sent un vagito di bambino e mand la sua cameriera a liberare il piccolo.
Poi Mos fu allevato nella famiglia reale, dove, secondo la Bibbia, fu istruito in tutta la sapienza degli egizi. Giuseppe aveva poco da aggiungere a questo punto, ma un'altra autorit classica - Filone, l'autorevole filosofo ebraico che visse all'incirca al tempo di Cristo - diede un resoconto abbastanza dettagliato di ci che Mos impar: Aritmetica, geometria, la scienza di metro, ritmo e armonia gli furono insegnate dai pi colti tra gli egizi. Essi lo istruirono inoltre nella filosofia tradotta in simboli che

si trova nelle cosiddette iscrizioni sacre, Intanto gli abitanti dei paesi vicini ebbero il compito di insegnargli le lettere assire e la scienza caldea dei corpi celesti. Questa la assorb anche dagli egizi, che riservavano una speciale attenzione all'astrologia.
Come figlio adottato della famiglia reale, Mos fu considerato per un lungo periodo come il successore designato al trono. Venni a sapere che questo status speciale implicava che, in giovent, egli fosse iniziato ai pi arcani segreti sacerdotali e ai misteri della magia egizia - un corso di studi che avrebbe dunque dovuto comprendere non soltanto la conoscenza delle stelle, come indicato da Filone, ma anche negromanzia, scienza divinatoria e altri aspetti, delle scienze occulte.
E infatti nella Bibbia Mos era descritto come potente nelle parole e negli atti. Nell'autorevole e imprescindibile giudizio del grande studioso e linguista sir E. A. Wallis Budge, questa frase - riferita anche, e forse non per caso, a Ges Cristo - sembrava suggerire che il profeta ebreo era forte di lingua, come la dea egizia Iside. Ci significava che, bench Mos fosse per sua stessa ammissione piuttosto carente nell'arte oratoria, egli deve essere stato tuttavia capace di pronunciare parole autorevoli che conosceva nella loro corretta pronuncia, e non esitava nel suo discorso, ed era perfetto sia nel dare il comando sia nel pronunciare la parola. E cos si credeva che, anche in questo caso, come Iside -che era famosa per la sua perfezione in tutte le pratiche di stregoneria - egli fosse pronto a compiere i pi potenti incantesimi. Gli altri lo trattavano con grande rispetto, poich lo ritenevano senza dubbio capace di modificare la realt e. di superare le leggi della fisica alterando il normale ordine delle cose.
Che Mos fosse visto proprio in questo modo si capisce da numerosi passi dell'Antico Testamento; tuttavia la sua magia si esprimeva unicamente per comando di Yahweh, il Dio degli ebrei.
Secondo il Libro dell'Esodo, il primo incontro di Mos con Yahweh ebbe luogo in un deserto vicino alla terra di Madian (nella quale era scappato per sfuggire al suo castigo, dopo che, per la rabbia di vedere gli ebrei costretti ai lavori forzati in Egitto, aveva ucciso un sorvegliante egizio). Dagli indizi geografici

che si potevano cogliere, era chiaro che questo deserto doveva trovarsi nella parte meridionale della penisola del Sinai, e probabilmente era visibile dalla stessa cima del Monte Sinai- (dove Mos avrebbe in seguito ricevuto i Dieci Comandamenti e le indicazioni per costruire l'Arca). La Bibbia parla comunque della montagna di Dio: Mos era ai suoi piedi quando il Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un cespuglio: ed egli guard, e osserv che il cespuglio stava bruciando e tuttavia non si consumava. Dio disse a Mos che doveva ritornare in Egitto per far uscire il suo popolo dalla schiavit nella quale era costretto; ma prima di accettare il profeta chiese il nome dell'essere strano e potente che si era rivolto a lui.  La domanda stessa, di per s cos ardita, associava la figura di Mos a quella di un mago, perch, come osservava il grande antropologo sir James Frazer nel suo libro II ramo d'oro:
Ogni mago egiziano... credeva che colui die possedeva il vero nome, possedeva anche la vera essenza del dio o dell'uomo, e poteva costringere persino una divinit a obbedirgli come uno schiavo obbedisce al suo padrone. Perci l'arte del mago consisteva nell'ottenere dagli dei la rivelazione dei loro sacri nomi, ed egli non lasciava nulla di intentato per raggiungere questo obiettivo.
Il Signore, per, non diede una risposta diretta alla domanda del profeta, ma rispose con queste parole enigmatiche: Io sono colui che  . E con maggiore chiarezza aggiunse: Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe.
: Scoprii che l'espressione Io sono colui che , derivava dalla radice del nome Yahweh utilizzato nell'Antico Testamento - in seguito imbastardito in Jehovah nella versione autorizzata di re Giacomo. Questo nome, tuttavia, non era in realt un nome, ma una formula generica vagamente basata sul verbo essere ebraico, scritta con le quattro lettere che rappresentavano la traslitterazione nell'alfabeto latino (YHWH). Chiamate dai teologi tetragramma, queste lettere non rivelavano altro che l'effettiva esistenza di Dio, e perci continuavano a nascondere l'identit divina ai moderni ricercatori cos come l'avevano nascosta a Mos. Anzi, il

loro mistero era talmente profondo che nessuno sapeva con sicurezza neanche qual era la loro pronuncia esatta; soltanto per convenzione si stabil di tradurre il tetragramma con Yahweh mediante l'inserzione delle vocali a ed em.
Tutto ci, da un punto di vista biblico, significava che la divinit conosceva, e pronunciava, il nome di Mos, mentre Mos riusc solo a ottenere da lui la risposta rituale: Io sono colui che . Da quel momento, quindi, il profeta fu costretto a rispondere a Dio e a eseguire i suoi ordini; e tutti i suoi poteri magici, in futuro, sarebbero derivati dalla potenza di Dio, e solo da essa.
Era comprensibile che chi aveva compilato in seguito le Scritture avesse voluto presentare proprio in questo modo il rapporto tra Dio onnipotente e l'uomo. Ci che gli autori biblici non riuscirono a fare, per, fu cancellare le prove che attestavano che quell'uomo era stato davvero un mago, come dimostrano le piaghe e le pestilenze che egli avrebbe riversato sugli egiziani per costringere il faraone a liberare dalla prigionia i figli di Israele.
Nel compiere questi terribili miracoli Mos era assistito dal suo fratellastro maggiore Aronne, che spesso fungeva da suo tramite e portavoce. E per i loro incantesimi sia Mos sia Aronne utilizzavano un bastone - la bacchetta magica dei maghi. Quello di Mos era spesso definito il bastone di Dio e apparve per la prima volta quando il profeta si lament con Yahweh del fatto che nessuno, n il faraone n i figli di Israele, avrebbe creduto che egli era mandato da Dio, se non avesse dato loro qualche prova. Che cos'hai nella tua mano?, domand Dio. Un bastone, rispose Mos. Allora Dio gli disse di buttarlo a terra, perch credano che il Signore Dio ti  apparso:
Ed egli lo gett a terra ed esso divenne un serpente; e Mos fugg da lui. E il Signore disse a Mos: Stendi la tua mano e prendilo per la coda. Ed egli stese la mano e lo prese, ed esso divenne un bastone nella sua mano.
Ancora una volta il testo scritturale poneva l'accento sul ruolo primario di Dio in tutto questo; e ancora una volta, tuttavia, erano evidenti le connessioni con le pratiche occulte egizie.

La trasformazione di un bastone inanimato in un serpente, e viceversa, era una magia tipica dei maghi di quel paese; analogamente, fin dalla pi remota antichit i sacerdoti egizi si vantavano di poter controllare i movimenti dei rettili velenosi; e infine - dato non trascurabile - tutti i maghi egizi, compreso il saggio Abaaner e il re-mago Nectanebus, possedevano meravigliosi bastoni di ebano.
. In quest'ottica, quindi, non trovai affatto strano che le prime sfide tra Mos e Aronne da una parte, e i sacerdoti della corte del faraone dall'altra, si svolgessero su un piano di sostanziale parit. Per impressionare il tiranno egizio, Aronne gett a terra il suo bastone - il quale, naturalmente, divenne un serpente non appena tocc terra. Per niente intimorito, il faraone, chiam i suoi saggi e i maghi e con la loro abilit stregonesca i maghi d'Egitto fecero lo stesso. Ognuno lasci cadere il suo bastone e tutti si tramutarono in serpenti. Poi, per, il bastone di Aronne - pervaso del superiore potere di Yahweh - inghiott i bastoni dei maghi.
Nell'incontro successivo, Mos e Aronne trasformarono le acque del Nilo in sangue. Per quanto notevole, per, il faraone non fu colpito da questo miracolo perch i maghi d'Egitto usavano il loro potere per fare lo stesso.
Anche la piaga delle rane, che venne subito dopo, fu eguagliata dagli stregoni del faraone. Ma la piaga degli insetti (zanzare in alcune traduzioni, pidocchi in altre) era troppo per loro: I maghi con i loro poteri cercarono di produrre insetti e non ci riuscirono. Gli insetti attaccarono uomini e bestie. Cos i maghi dissero al faraone, "Questa  la mano di Dio".
Ma il re duro di cuore rifiut ancora di liberare gli ebrei. Per questo fu punito con la piaga delle mosche e subito dopo con una pestilenza che fece strage, del bestiame. Mos caus quindi la piaga delle ulcerazioni (lo fece disperdendo nell'aria una manciata di fuliggine) e poi, tramite il suo bastone, scaten tuoni e grandine, poi la piaga delle locuste e tre giorni di profonda oscurit. Infine, il profeta ebreo provoc la morte di tutti i primogeniti della terra d'Egitto: il primogenito del faraone, il primogenito del prigioniero nella sua cella, e i primogeniti di tutto il popolo. Dopodich: Gli egizi spinsero il popolo a sbrigarsi a lasciare il paese perch, dissero, "Altrimenti saremo tutti morti".
Cos cominci l'Esodo, e con esso un lungo periodo di pericolo e di incantesimo durante il quale, ai piedi del Monte Sinai, venne costruita l'Arca dell'Alleanza. Prima di raggiungere il Sinai, per, si doveva attraversare il Mar Rosso. Qui Mos diede un'altra potente dimostrazione del suo valore nelle arti occulte:
E Mos allung la sua mano sul mare; e il Signore fece arretrare il mare mediante un forte vento da est che dur per tutta la notte, e il mare si asciug e le acque si divisero. E i figli di Israele camminarono in mezzo al mare sul terreno asciutto: e le acque erano come mura al loro fianco, a destra e a sinistra.
Come ricorder chiunque abbia frequentato il catechismo, le forze egiziane che perseguitavano gli israeliti li seguirono nel mezzo del mare, con tutti i cavalli del faraone, carri e cavalieri. Quindi:
Mos stese la sua mano sul mare - e le acque si richiusero, e coprirono carri e cavalieri, e tutti i sudditi del faraone che erano entrati nel mare dietro di loro; non ne rimase neppure uno. Ma i figli di Israele camminavano all'asciutto in mezzo al mare; e le acque formavano come un muro al loro fianco, a destra e a sinistra.
Di nuovo, come era prevedibile, la Bibbia poneva l'accento sulla potenza di Dio: Mos aveva s steso la mano un paio di volte, ma era stato il Signore a far arretrare le acque e a farle richiudere. Su questo punto, per, ebbi qualche dubbio riguardo alla versione biblica, poich gi sapevo che anche i sacerdoti e gli stregoni egizi si erano spesso vantati di saper controllare le acque. Per esempio, uno degli antichi documenti che avevo esaminato (il papiro Westcar) riportava una storia risalente all'inizio della Quarta Dinastia - circa 1.500 anni prima del tempo di Mos - che era basata sulle gesta di un certo Tchatcha-em-ankh, un Kher Heb o Alto Sacerdote legato alla corte del faraone Seneferu. Un giorno il faraone stava facendo una gita in barca con la piacevole compagnia di venti giovani vergini dotate di belle capigliature e splendide forme. Una di

esse fece cadere nel lago un gioiello- a cui teneva molto e si disperava di averlo perduto. Il faraone allora chiam Tcha-cha-em-ankh il quale:
Pronunci alcune parole magiche (hekau) e costrinse una parte delle acque del lago a sovrapporsi all'altra. In tal modo riusc a trovare l'ornamento e lo restitu alla fanciulla. Normalmente l'acqua era profonda 12 cubiti, ma quando Tchacha-em-ankh aveva portato una parte dell'acqua sull'altra, quella porzione era diventata profonda 24 cubiti. Poi il mago pronunci di nuovo alcune parole magiche e le acque del lago tornarono come erano prima che egli ne portasse una parte sull'altra.
Bench riferita a un incidente molto pi volgare, la storia narrata nel papiro Westcar conteneva molti punti di contatto con la vicenda della divisione delle acque del Mar Rosso. E questo, a mio avviso, fugava ogni dubbio circa l'appartenenza di Mos, con tutto il suo virtuosismo miracolistico, a un'antica, e prettamente egizia tradizione occulta. Sir E.A. Wallis Budge, che avevo gi conosciuto come traduttore del Kebra Nagast, ma che era stato anche custode di Antichit egizie e assire al British Museum, aveva qualcosa da dire a questo proposito:
Mos compiva con grande abilit rituali magici e aveva una profonda conoscenza degli incantesimi e delle formule magiche che accompagnavano ogni atto... (Inoltre) i miracoli che comp... lasciano credere che egli non fosse solo un prete, ma anche un mago di alto livello e forse persino un Kher Heb.

Scienza segreta?
In quanto Kher Heb (Sommo Sacerdote) della chiesa egizia, Mos avrebbe avuto senz'altro accesso all'insieme di conoscenze esoteriche e di scienza magico-religiosa che le caste sacerdotali tenevano segreto ai laici. Sapevo infatti che i moderni egittologi erano convinti che un tale corpus fosse davvero esistito, anche se brancolavano nel buio quanto ai suoi contenuti: qualche oscuro riferimento a esso compariva nelle iscrizioni sulle tombe

dei pi importanti sacerdoti, ma a parte questo, nessuna testimonianza scritta di rilievo  giunta fino a noi. Gran parte delle informazioni, venivano probabilmente tramandate per via esclusivamente orale e riservate a un ristretto gruppo di iniziati. Il resto, secondo gli studiosi, era andato quasi tutto distrutto, deliberatamente o meno. Chi poteva sapere, per esempio, quali tesori di cultura andarono perduti quando le fiamme devastarono la grande biblioteca di Alessandria - una biblioteca che, nel n secolo d.C, si diceva contenesse pi di 200.000 papiri?
Un punto, comunque, era fuori discussione: come scrisse Erodoto nel v secolo a.C: L'Egitto ha pi meraviglie di qualsiasi altro paese del mondo e pi opere che le parole non possono descrivere di qualsiasi altro posto. Tra l'altro, questo storico greco che aveva viaggiato molto - e i cui testi vengono tuttora ristampati - affermava a ragione che gli egizi furono i primi del genere umano a inventare l'anno e a suddividerlo in dodici parti. Erodoto dichiar anche di essere a conoscenza di alcuni dei misteri sacerdotali egizi, ma poi aggiunse sibillinamente che non poteva - o non voleva - rivelare ci che aveva appreso.
Erodoto non fu n il primo n l'ultimo visitatore dell'Egitto ad andarsene con la netta sensazione che in quel paese fossero nascosti dei segreti. Anzi, il concetto che quell'antica cultura era assurta alla gloria attraverso l'applicazione di qualche forma di conoscenza scientifica molto avanzata, e oggi perduta, era, scoprii, uno dei concetti pi durevoli e pervasivi della storia umana: aveva attirato pazzi maniaci e composti studiosi ed era stata oggetto di infinite controversie, dispute, speculazioni selvagge e serie ricerche.
Era un concetto, poi, che interessava direttamente la mia ricerca, poich lasciava intravvedere un'interessante possibilit: in quanto mago esperto della "scienza sacra" egizia, non era forse possibile che Mos avesse avuto a sua disposizione mezzi tecnologici e di conoscenza molto superiori a quelli che gli archeologi avevano riconosciuto fino a questo momento? E che avesse applicato questa tecnologia e queste conoscenze alla costruzione dell'Arca dell'Alleanza? Un'ipotesi di questo genere meritava ulteriori indagini. Scoprii presto, per, che ci che si sapeva sulle

conoscenze tecnologiche dell'antico Egitto suscitava quasi pi domande che risposte.
Era appurato, per esempio, che questo popolo sapeva lavorare molto bene i metalli: i gioielli d'oro, in particolare, erano molto raffinati e attestavano un livello estremamente elevato di abilit manuale. Inoltre, fin da tempi antichissimi, essi costruivano oggetti di rame talmente sodi e compatti, che potevano tagliare lo scisto o il calcare pi duro. Nessun fabbro moderno sarebbe stato capace di arrivare a tanto con il rame; si pensava, comunque, che questa loro arte perduta non stesse tanto nella manifattura degli oggetti, quanto nel modo in cui questi venivano utilizzati sul posto dai tagliapietre.
Dopo aver studiato alcuni loro papiri e geroglifici mi convinsi che gli antichi egizi erano, almeno in parte, dei matematici nel senso moderno del termine. Utilizzavano le frazioni e sembra che avessero elaborato una forma particolare di calcolo infinitesimale che consentiva loro di calcolare il volume di oggetti complessi. Sembra anche molto probabile che, pi di 2000 anni prima dei greci, essi abbiano imparato a utilizzare il numero trascendentale pi per calcolare la circonferenza del cerchio a partire dal suo diametro.
Un altro campo in cui la civilt egizia sembra essere stata all'avanguardia fin da un'epoca molto antica  quello dell'osservazione astronomica. Secondo Livio Stecchini, un professore americano di storia della scienza grande esperto di misurazioni antiche, le tecniche astronomiche in uso fin dal 2200 a.C. avevano consentito ai sacerdoti egizi di calcolare la lunghezza di un grado di latitudine e di longitudine con un'approssimazione di meno di un centinaio di metri - un risultato che non sarebbe pi stato raggiunto da nessun'altra civilt per almeno 4000 anni.
Gli egizi eccellevano anche nel campo della medicina: i chirurghi erano in grado di praticare una gamma di interventi anche molto difficili, vi era una comprensione capillare dei meccanismi di funzionamento del sistema nervoso, e in ambito farmacologico datano a questo periodo le prime applicazioni di sostanze che diverranno in seguito molto ben conosciute.
Successivamente trovai molte altre prove di questo stadio di

conoscenza relativamente avanzato della civilt egizia, in un periodo in cui le popolazioni europee erano ancora immerse nella barbarie. E tuttavia, a mio avviso, nessuno dei dati di cui disponevo attestava l'esistenza di una scienza che potremmo oggi considerare eccezionale, n di una qualche forma di tecnologia abbastanza sofisticata da spiegare la potente energia che l'Arca dell'Alleanza aveva dimostrato di saper esprimere. Ciononostante, come ho gi sottolineato, la convinzione che gli egizi fossero depositari di una qualche grande e segreta saggezza era diffusa e quasi immune da contraddizioni.
Sapevo bene che questa ardente convinzione derivava pi da un desiderio inconscio di glorificare il passato della specie umana che da un'analisi razionale dei dati empirici. Questa era anche l'opinione prevalente tra gli archeologi, la maggior parte dei quali considerava questa teoria della grande e segreta saggezza come una baggianata e affermava di non aver trovato niente di eccezionale in Egitto in oltre un secolo di faticosi scavi e setacciamenti. Io stesso sono scettico e pragmatico per natura. Eppure devo confessare che ci che vidi ovunque attorno a me durante i numerosi viaggi di studio che effettuai in questa terra bella e danneggiata dal tempo mi convinsero che gli accademici non avevano trovato tutte le risposte, che molto restava ancora da spiegare, e che vi erano non pochi aspetti dell'esperienza egizia che erano stati colpevolmente sottostimati per la semplice ragione che andavano al di l degli obiettivi dell'archeologia convenzionale -e probabilmente anche di tutte le altre forme di ricerca erudita.
Tre siti archeologici mi avevano particolarmente colpito: il complesso del tempio a Karnak; la piramide a gradini Gioser a Saqqara; e la grande piramide a Giza alla periferia del Cairo. Mi pareva che la particolare mescolanza di imponente grandezza, grazia raffinata, mistero e immortalit che questi edifici possedevano fosse legata a una profonda, raffinata comprensione delle leggi dell'armonia e della proporzione - una comprensione che poteva ragionevolmente essere assurta al rango di scienza. Attraverso l'unione di ingegneria, architettura e design, questa scienza aveva raggiunto risultati notevoli: la sua capacit di risvegliare l'ammirazione religiosa non era stata mai pi superata, ed era stata eguagliata in Europa solo dalle grandi cattedrali gotiche del Medioevo, come quella di Chartres.
Era un caso? L'effetto pressoch simile provocato dai monumenti egiziani e dalle cattedrali gotiche era una pura coincidenza - o vi era forse un legame?
Io sospettavo da tempo che vi fosse effettivamente un legame e che i Cavalieri Templari, con le scoperte effettuate durante le crociate, costituissero l'anello mancante nella catena di trasmissione delle conoscenze architettoniche segrete. A Karnak, mentre camminavo lentamente tra i pilastri del tempio, all'ingresso della Grande corte, e attraversavo la foresta di enormi colonne della Sala ipostilo, non potei fare a meno di ricordare che San Bernardo di Chiaravalle, il patrono dei Templari, aveva definito Dio -in maniera decisamente sorprendente, per un cristiano - lunghezza, ampiezza, altezza e profondit. Ne potevo dimenticare che gli stessi Templari erano stati grandi costruttori e grandi architetti, o che l'ordine monastico cistercense al quale apparteneva San Bernardo si era distinto anch'esso in questa particolare branca.
Molti secoli e molte civilt prima di loro, per, erano stati gli antichi egizi i primi maestri nella scienza delle costruzioni - i primi e tuttora i pi grandi architetti-costruttori che la storia avesse mai conosciuto. Inoltre, i monumenti che essi hanno lasciato sono al di l di ogni possibile descrizione e hanno davvero sfidato il tempo. Tipici, da questo punto di vista, erano due alti obelischi che dominavano il complesso di Karnak e che, quando visitai quella zona, mi colpirono particolarmente. Uno era stato eretto dal faraone Tuthmosis I (1504-1492 a.C.) e l'altro dalla regina Hatshepsut (1473-1458 a.. Entrambi erano dei perfetti monoliti, intagliati in singoli massi di granito rosa; il primo era alto circa 20 metri e aveva un peso stimato di 143 tonnellate, l'altro era alto quasi 30 metri e il suo peso stimato era di circa 320 tonnellate. A qualche minuto di cammino verso sud, in posizione dominante sopra un grande lago che era utilizzato dai sacerdoti del tempio per elaborate cerimonie di purificazione, trovai un terzo obelisco: esso era caduto a terra ed era piuttosto danneggiato, meno che nell'ultimo metro di altezza, in cima al quale si

trovava un piramidion appuntito. Una volta, seguendo le indicazioni della guida illustrata che avevo con me, scavalcai la fune che circondava questo gigante caduto e accostai l'orecchio all'angolo del piramidion. Diedi quindi un colpo al granito col palmo della mano e ascoltai, rapito, come tutto il monolite riverberava di un suono basso, profondo, come di qualche strano e prodigioso strumento musicale.
Mi sembrava impossibile che questo fenomeno fosse casuale. Al contrario, l'enorme cura e abilit necessaria per produrre un monolite di questo genere (quando, dal punto di vista visivo, lo stesso, splendido effetto sarebbe stato raggiunto anche solo unendo insieme blocchi diversi di granito) avevano un senso soltanto se si ammetteva che gli antichi egizi avevano voluto dare al monumento una speciale propriet che poteva realizzarsi solo in un unico blocco di pietra.
In ogni caso, dietro la costruzione di queste stele eleganti e perfette doveva esservi qualcosa che andava al di l di considerazioni puramente estetiche. Venni a sapere che esse non erano state erette sul posto, ma che erano state trasportate per via fluviale da cave di granito che si trovavano 200 chilometri pi a sud.
Il Nilo rappresentava un'arteria di trasporto ampia e profonda: era quindi ragionevole presumere che, una volta che gli obelischi fossero stati caricati su chiatte, non sarebbe stato difficile lasciarli trasportare dalla corrente. Ci che trovavo molto pi difficile da capire, invece, era come avessero fatto gli antichi egizi a caricare sulle chiatte questi enormi monoliti di pietra, e poi a scaricarli una volta giunti a destinazione. Un monolite era stato lasciato in situ presso la cava, separato solo parzialmente dalla roccia, poich si era rotto prima di essere stato del tutto scavato. Se non fosse accaduto questo incidente, quell'obelisco sarebbe stato alto oltre 40 metri e spesso circa 4 metri alla base. E naturalmente, all'inizio dei lavori, si pensava che questo enorme oggetto - il cui peso si sarebbe aggirato intorno a 1168 tonnellate - sarebbe stato trasportato e collocato da un'altra parte. Era per molto difficile spiegare come avrebbe potuto arrivare a tanto un popolo che, secondo gli archeologi, non conosceva i sistemi di sollevamento a carrucola, dal momento che muovere un pezzo di pietra solida tanto grande anche per poche decine di metri - figurarsi per qualche centinaio di chilometri!.- sarebbe stata un'impresa tale, da mettere a dura prova perfino una moderna squadra di ingegneri edili supportati dalla pi sofisticata e potente attrezzatura meccanica.
Ugualmente misterioso, una volta che i monoliti avevano raggiunto Karnak, era il modo in cui essi erano stati collocati sui loro piedistalli con una tale, accurata precisione. In uno dei templi una scultura raffigurava un faraone che alzava un obelisco da solo, servendosi unicamente di una fune. Era abbastanza normale che un condottiero o il sovrano di un paese fosse raffigurato in pose eroiche e forse questa scultura voleva essere la rappresentazione simbolica di un'azione reale, in cui per erano centinaia i lavoratori che spingevano tutti insieme pi funi. Tuttavia non riuscivo a liberarmi dal sospetto che dietro questo mistero vi fosse qualcos'altro. Secondo John Anthony West, un esperto egittologo, il faraone e i sacerdoti erano depositari di un principio conosciuto come Ma'at - tradotto spesso come equilibrio o bilanciamento. Era possibile, egli suggeriva, che questo principio fosse stato trasportato nella sfera pratica e che gli egizi utilizzassero tecniche di bilanciamento meccanico a noi ignote. Tali tecniche li avrebbero messi in grado di manipolare queste immense pietre con facilit e delicatezza... Ci che per noi sarebbe magia. per loro era metodo.
Se gli obelischi sembravano gi il prodotto di un'abilit quasi sovrumana, dovetti ammettere che le piramidi li superavano sotto ogni profilo. Come disse una volta Jean Francois Champol-lion, il fondatore della moderna egittologia, gli egiziani dell'antichit pensavano come uomini alti tre metri. Noi in Europa non siamo che lillipuziani.
Certamente, la prima volta che entrai nella Grande Piramide di Giza, mi sentii proprio un lillipuziano - stordito e leggermen-te intimidito, non solo dalle dimensioni di questa montagna di pietra, ma anche dal senso quasi tangibile del peso degli anni.
Nelle visite precedenti avevo visto solo l'esterno della piramide, poich non avevo alcun desiderio di unirmi alle orde di turisti che si riversavano all'interno. Ma alle prime ore del mattino del

27 aprile 1990 riuscii, grazie a una piccola mancia, a introdurmi da solo nel grandioso edificio. La luce fornita da una serie di deboli lampadine era quanto mai fioca, e io dovevo piegarmi in due per evitare di urtare la testa contro la roccia: in queste condizioni mi arrampicai per uno stretto passaggio in salita lungo circa 40 metri, poi entrai nella pi ampia Grande Galleria, lunga poco meno di 50 metri, e finalmente raggiunsi la cosiddetta Camera del Re - un rettangolo il cui pavimento misurava m 10,46 x 5,23 (un lato era esattamente met dell'altro). Alto circa 6 metri, il soffitto di questa stanza - che occupava il cuore della piramide - era formato da nove blocchi monolitici di granito ognuno dei quali pesava circa 50 tonnellate.
Non ricordo quanto tempo rimasi in quella sala. L'aria era calda e umida, simile al fiato di qualche grande animale. Tutto attorno a me un silenzio denso e assoluto pareva avvolgere ogni cosa. A un certo punto, per una ragione che non mi so spiegare, mi spostai verso il centro della stanza e provai a emettere con la voce un suono forte ma basso, come quello che avevo sentito nell'obelisco caduto a Karnak. Fu come se le mura e il soffitto raccogliessero il suono e lo amplificassero, per poi proiettarlo di nuovo verso di me, tanto che potevo sentirne le vibrazioni attraversarmi i piedi, la testa e la pelle. Mi sentii elettrizzato e rinvigorito, eccitato e al tempo stesso tranquillo, come se fossi sull'orlo di una tremenda e assolutamente inevitabile rivelazione.
Dopo la mia visita dell'aprile 1990 ero rimasto talmente colpito dalla Grande Piramide che passai diverse settimane a studiare la sua storia. Appresi che era stata costruita intorno al 2550 a.C. per Kufu (o Cheope), il secondo faraone della Quarta Dinastia, e che costituiva il pi grande edificio singolo mai costruito dall'uomo. Convenzionalmente gli archeologi presumevano che esso fosse stato concepito come una tomba, ma questo assunto mi pareva davvero incomprensibile: all'interno di esso non era mai stata trovata alcuna tomba di faraone, solo un modesto sarcofago senza decorazioni, nella cosiddetta Camera del Re (un sarcofago che, tra l'altro, era senza coperchio e completamente vuoto quando fu portato alla luce dal califfo Al-Mamun, un condottiero arabo che arriv qui con una squadra di scavatori nel rx secolo d.C.).

Via via che mi addentravo nella materia capivo che la funzione della Grande Piramide era effettivamente oggetto di grande dibattito tra gli esperti. Da una parte stavano gli studiosi pi ortodossi e prosaici, secondo i quali l'edificio non era in realt altro che un mausoleo; dall'altra stavano i piramidologi - una setta apocalittica che interpretava in chiave profetica ogni minimo dettaglio dell'immensa struttura.
Un critico statunitense, commentando la follia di questo secondo gruppo, sosteneva che  possibile spiegare praticamente ogni cosa semplicemente ordinando bene i numeri: Se si utilizza la giusta unit di misura, si riuscir certamente a trovare l'equivalente esatto della distanza per Timbuktu nel numero dei lampioni stradali di Bond Street, o la gravit specifica del fango, o il peso medio di un pesce rosso.
Il che, devo ammettere, era abbastanza vero. Eppure ero convinto anch'io che esistessero alcuni aspetti importanti sui quali i piramidologi appuntavano continuamente l'attenzione e che effettivamente sembravano lungi dall'essere casuali. Per esempio, era un dato di fatto che le linee di latitudine e longitudine che si intersecavano alla Grande Piramide (30 gradi nord e 31 gradi est) attraversavano una quantit di terre emerse maggiore di qualunque altra linea, e questo faceva s che l'edificio si trovasse proprio al centro del mondo abitato. Analogamente, era un fatto che, se sulla carta geografica si tracciava un quadrante rivolto a nord (cio un quarto di cerchio, come se si dividesse a fette una torta) con l'asse sulla piramide, questo quadrante racchiudeva interamente il Delta del Nilo. Infine, non vi erano dubbi che tutte le piramidi di Giza fossero allineate esattamente ai quattro punti cardinali - nord, sud, est e ovest. E non era affatto facile spiegare come era stato possibile tutto questo tanto tempo prima che fosse inventato il compasso.
E tuttavia, ci che maggiormente mi interessava della Grande Piramide erano semplicemente le sue dimensioni e la sua funzione. Potei accertare che il nucleo centrale della struttura, che occupava un'area di 13,1 acri, era composto da non meno di 2,3 milioni di blocchi di pietra calcarea, ciascuno dei quali pesava approssimativamente 2,5 tonnellate. Erodoto, che aveva avuto

queste informazioni da un sacerdote egizio, sosteneva che tutto l'edificio fu costruito in vent'anni da squadre di 100.000 lavoratori (che lavoravano solo nei tre mesi di interruzione delle attivit agricole), e che la tecnica di costruzione si basava su leve fatte con travi di legno, che erano utilizzate per sollevare i blocchi dal terreno. Ma quale forma avessero queste leve e come esattamente si utilizzassero, nessun ricercatore posteriore riusc ad appurarlo. Tuttavia, dopo aver tenuto conto del tempo necessario per la preparazione del terreno, per l'estrazione del materiale dalle cave, per il livellamento e per altre operazioni preparatorie, l'ingegnere civile P. Garde-Hanson dell'Istituto danese di Ingegneria calcol che, per completare il lavoro in vent'anni, si sarebbero dovuti installare ogni giorno 4000 blocchi, al ritmo di 6,67 blocchi al minuto. Parlando in linea generale, aveva concluso lo studioso danese, credo che ci sarebbe voluto il genio di Ciro, di Alessandro Magno e di Giulio Cesare, con la partecipazione di Napoleone e Wellington, per organizzare gli eserciti necessari a effettuare il lavoro con le modalit che noi presumiamo.
Venni poi a sapere che un ingegnere giapponese aveva recentemente tentato di costruire una copia della Grande Piramide alta una decina di metri (molto pi piccola dell'originale, dunque, che era alta 147 m). La squadra si era inizialmente limitata ad applicare le sole tecniche che, secondo gli archeologi, erano in uso al tempo della Quarta Dinastia. Ma con questi soli mezzi la costruzione della copia si dimostr impossibile, e pertanto si cominci a portare sul posto una serie di macchinari moderni atti a smuovere il terreno, estrarre il materiale dalle cave e sollevarlo; ma nonostante tutto non si riusc a compiere alcun progresso e, alla fine, non rimase che abbandonare il progetto.
Tutto sommato, quindi, la Grande Piramide - con tutte le sue pieghe e i suoi misteri - suggeriva che gli antichi egiziani non dovevano essere un popolo di primitivi molto abili dal punto di vista tecnico (come venivano spesso descritti), ma che dovevano possedere una forma particolare di conoscenza scientifica. Diveniva allora possibile che gli stupefacenti poteri dell'Arca dell'Alleanza fossero il prodotto di quella scienza - nella quale Mos aveva certamente svolto un ruolo di guida.


Capitolo Tredicesimo I TESORI DELL'OSCURITA'

Le mie ricerche mi avevano convinto della possibilit che gli antichi egizi fossero depositari di una conoscenza scientifica avanzata ma segreta, che Mos aveva forse applicato al progetto dell'Arca dell'Alleanza.
Ma quale poteva essere l'origine di una tale massa di conoscenza?
Dall'Egitto stesso, come ben sapevo, veniva una risposta semplice - anche se soprannaturale - a questa domanda. Tutte le testimonianze storielle che avevo studiato affermavano senza ambiguit che essa era stata data al genere umano dal dio-luna Thoth, il signore e moltiplicatore del tempo, lo scriba celeste e vigilatore dei destini individuali, l'inventore della scrittura e di ogni forma di sapienza, e il patrono della magia.
Rappresentato spesso sulle pareti dei templi o delle tombe come un ibis, o come un uomo con la testa di ibis, e pi raramente come un babbuino, Thoth era venerato in tutto l'Egitto come una divinit lunare che in alcune sue manifestazioni era identico alla luna stessa, mentre in altre era il guardiano della luna, colui che doveva assicurarsi che essa seguisse la sua rotta tra i cieli notturni, crescendo e calando, scomparendo e riapparendo, secondo i modi e i tempi che le sono propri. Era proprio sulla base di questa funzione - come divina forza regolante responsabile di tutti i calcoli celesti - che Thoth misurava il tempo, dividendolo in mesi (al primo dei quali aveva dato il suo nome).
Si credeva tuttavia che i suoi poteri andassero molto al di l

della semplice regolazione delle stagioni. Secondo gli influenti e pervasivi insegnamenti della casta sacerdotale che aveva sede nella citt sacra di Hermopolis nell'Alto Egitto, Thoth era il demiurgo universale che cre il mondo attraverso il solo suono della sua voce, ponendolo in essere semplicemente pronunciando un'unica parola di potere.
Si diceva anche che Thoth, considerato dagli egizi una divinit che comprendeva i misteri di tutto ci che si nascondeva sotto la volta celeste, avesse la capacit di concedere la saggezza ad alcuni individui selezionati. Egli avrebbe scritto i rudimenti delle sue conoscenze segrete in 36.535 rotoli di papiro e poi avrebbe nascosto questi rotoli nella terra, in modo che le generazioni successive li cercassero, ma che solo i pi meritevoli li trovassero, e utilizzassero quindi le loro scoperte a beneficio dell'umanit.
Identificato in seguito dai greci con il loro dio Hermes, Thoth rappresentava il centro di una congerie di tradizioni egizie che affondavano le loro radici nel passato pi distante e impenetrabile. Venni a sapere che nessuno studioso era in grado di stabilire con certezza l'et di questo dio lunare, e nemmeno di avanzare ipotesi sul periodo in cui sarebbe nato il suo culto. All'alba della civilt in Egitto, Thoth c'era gi. Inoltre, per tutti i 3000 e pi anni del periodo dinastico, egli fu sempre adorato per alcune qualit molto specifiche che gli erano attribuite e per il suo presunto contributo al benessere umano. Si diceva, per esempio, che egli avesse inventato il disegno, la scrittura geroglifica e tutte le scienze - in particolare architettura, aritmetica, agrimensura, geometria, astronomia, medicina e chirurgia. Egli era anche considerato il pi potente dei maghi, e osannato come autore del grande e terribile testo di magia che i sacerdoti di Hermopolis ritenevano la fonte della loro comprensione dell'occulto. Gli erano inoltre attribuiti interi capitoli del famoso Libro dei Morti, come pure quasi tutto il corpus di letteratura sacra che veniva sorvegliato a vista. Insomma, Thoth era considerato depositario di un virtuale monopolio nella scienza esoterica e per questo veniva chiamato il misterioso e lo sconosciuto.
Gli antichi egizi erano convinti che i loro primi governanti fossero delle divinit. E, non a caso, Thoth era uno di questi re divini: si diceva che il suo regno sulla terra - durante il quale egli pass al genere umano le sue pi grandi e benefiche invenzioni -fosse durato 3.226 anni. Prima di lui, gli egizi credevano che avesse regnato un'altra divinit - Osiride, anch'egli strettamente associato alla luna (e ai numeri 7, 14 e 28, che si riferiscono ai cicli lunari fisici). Anche se Osiride e Thoth apparivano alquanto diversi in alcune loro manifestazioni, accertai che invece erano molto simili o comunque legati in altre, tanto che in alcuni testi arcaici venivano addirittura descritti come fratelli. Alcuni papiri e iscrizioni si spingevano ancora pi avanti e li descrivevano come la stessa entit, o come due entit diverse che svolgevano le stesse funzioni.
Erano raffigurati quasi sempre insieme nella Sala del Giudizio celeste, dove venivano le anime dei morti per essere pesate sulla Grande Bilancia. In genere Osiride, giudice e arbitro finale, appariva spesso come il superiore tra le due divinit, mentre Thoth era solo uno scriba che registrava il verdetto. Alcuni dei quadri tratti dal Libro dei Morti, tuttavia, invertivano il rapporto, come pure una grande illustrazione della Scena del Giudizio trovata tra i papiri funerari tebani del Nuovo Regno. Quest'ultimo documento raffigurava Osiride che, seduto passivamente a lato, attendeva che Thoth emettesse il verdetto, quindi lo registrava e lo pronunciava a voce alta. In altre parole, non solo Thoth e Osiride erano entrambi dei della luna, divinit dei morti (e forse fratelli); ambedue erano anche giudici e legislatori.
Via via che approfondivo le mie ricerche, notavo con sempre maggiore interesse tali analogie, ma, almeno inizialmente, non riuscivo a vederne il nesso con la mia ricerca riguardante l'Arca dell'Alleanza. Poi, all'improvviso, capii che vi era un legame invariabile tra le due divinit che le univa anche concettualmente a Mos e alle sue opere: come lui, essi erano prima di ogni altra cosa campioni di civilt che riversavano sui loro seguaci i benefici di religione, legge, ordine sociale e prosperit.
Thoth, si ricorder, invent la scrittura e la scienza e port nel mondo queste e altre meraviglie di civilt al fine di migliorare la sorte del popolo egiziano. Analogamente, era universalmente riconosciuto che Osiride aveva svolto un ruolo fondamentale nell'evoluzione e nello sviluppo della societ egiziana. Quando ebbe inizio il suo regno di monarca divino, il paese era barbaro, rozzo e incivile e gli egizi praticavano il cannibalismo; ma quando egli ascese al cielo, lasci dietro di s una nazione progredita e sofisticata. Tra i suoi maggiori contributi, si ricorda l'insegnamento delle tecniche agricole per coltivare la terra, per piantare cereali e orzo e per far crescere le viti; egli insegn inoltre agli egizi ad adorare gli dei e ad abbandonare i loro selvaggi costumi, e forn loro anche un codice di leggi.
Storie di questo genere, naturalmente, potevano essere state inventate. Eppure, in un angolino della mente, mi ritrovai a chiedermi se non potesse esservi qualcosa di pi di una semplice leggenda dietro la tradizione secondo cui l'Egitto divenne una grande nazione grazie ai doni di Thoth e Osiride. Non poteva darsi, pensavo, che questo dio lunare saggio e onnisciente fosse una versione mitica della verit - una metafora che forse celava un individuo reale o un gruppo di individui che, nella pi remota antichit, portarono i benefici della civilt e della scienza a una terra primitiva?

I civilizzatori
Credo che avrei presto accantonato questo concetto se non fossi venuto a sapere, poco dopo, dell'esistenza di un grande mistero - un mistero al quale nessuno finora aveva saputo trovare una soluzione definitiva. Piuttosto che svilupparsi con un processo lento e graduale, come ci si sarebbe aspettati, sembra che la civilt egizia sia sorta improvvisamente e gi, per cos dire, preconfezionata. Anzi, il periodo di transizione da uno stadio primitivo a uno avanzato di societ fu talmente breve da essere praticamente privo di consistenza storica. Capacit tecnologiche che avrebbero dovuto impiegare centinaia, se non migliaia, di anni per evolversi, erano apparse quasi dalla sera alla mattina, e apparentemente senza alcun precedente che potesse in qualche modo annunciarle.
Per esempio, sui resti archeologici del periodo pre-dinastico

che datano intorno al 3600 a.C. non vi sono tracce di scrittura. Poi, alquanto improvvisamente e inesplicabilmente, cominciarono ad apparire i geroglifici che tanto spesso ritroviamo sui resti archeologici posteriori dell'antico Egitto, e apparvero, per di pi, in uno stato gi completo e perfetto. Lungi dall'essere una mera raffigurazione di oggetti o azioni, questo linguaggio scritto era complesso e strutturato, con segni che rappresentavano solo suoni e con un preciso sistema di simboli numerici. Anche i pi antichi geroglifici erano gi stilizzati e convenzionalizzati; ed era anche chiaro che gi all'alba della Prima Dinastia era entrata nell'uso una forma piuttosto avanzata di corsivo.
Ci che pi mi colp era il fatto che non vi fosse alcuna traccia di evoluzione da uno stile pi semplice a uno pi sofisticato, e questo valeva anche per matematica, medicina, astronomia e architettura, oltre che per il sistema religioso-mitologico che era estremamente ricco e articolato (persino opere raffinate come il Libro dei Morti esistevano fin dall'inizio del periodo dinastico).
Purtroppo non vi  in questa sede spazio sufficiente per presentare tutti, o anche solo alcuni, dei dati che confermano questo avvento subitaneo e repentino della civilt egiziana. Per tentare di sintetizzarli, comunque, citer l'autorevole opinione del professor Walter Emery, docente di egittologia all'Universit di Londra:
In un periodo posto approssimativamente intorno al 3400 a.C, un profondo cambiamento ebbe luogo in Egitto, e il paese pass rapidamente da uno stato di cultura neolitica con un complesso carattere tribale a (uno di) monarchia ben organizzata... Nello stesso periodo apparve l'arte della scrittura, l'architettura monumentale e si svilupparono a un livello impressionante arte e artigianato, e tutto lascia pensare all'esistenza di una raffinata civilt. Tutto questo si comp in un periodo relativamente breve, poich sembra non esservi alcun retroterra per questi fondamentali sviluppi nella scrittura e nell'architettura.
Una delle spiegazioni poteva essere che questo improvviso e fortissimo sviluppo culturale dell'Egitto fosse dovuto alla spinta di qualche altra civilt sconosciuta del mondo antico - in particolare dei sumeri, che abitavano il basso corso del Eufrate in Mesopotamia. 
Inoltre, malgrado molte importanti differenze, individuai una serie di caratteristiche tecnico-architettoniche che facevano veramente pensare a un legame tra le due regioni. Nessuna di queste analogie, tuttavia, era abbastanza forte da indicare in questo legame una sorta di causalit, con una delle societ che influenza direttamente l'altra. Al contrario, come scrisse il professor Emery:
L'impressione che se ne ricava  quella di un'influenza indiretta, come se vi fosse stata una terza parte in causa, il cui influsso si sia esplicato sia sull'Eufrate sia sul Nilo... Gli studiosi moderni tendono a ignorare la possibilit di un flusso migratorio diretto verso entrambe queste regioni da una qualche ipotetica zona ancora sconosciuta. (E tuttavia) una terza parte la cui cultura sia passata indipendentemente in Egitto e in Mesopotamia spiegherebbe perfettamente gli aspetti comuni e le fondamentali differenze tra le due civilt.
Questa teoria, tra l'altro, gettava luce sul fatto, altrimenti misterioso, che gli egizi e i popoli sumeri di Mesopotamia adoravano divinit lunari praticamente identiche che erano tra le pi antiche dei loro rispettivi pantheon. Proprio come Thoth, anche il dio-luna sumero Sin era preposto alla misurazione del tempo (Quando il mese comincia a brillare sulla terra, tu mostrerai due corni per segnare sei giorni. Il settimo giorno dividerai la corona in due. Il quattordicesimo giorno, gira tutto il tuo volto nella sua pienezza). Come Thoth, inoltre, Sin era saggio e onnisciente. Alla fine di ogni mese gli altri dei del pantheon sumero venivano a consulto da lui ed egli prendeva decisioni per loro. D'altra parte, non ero soltanto io a intuire che dietro questi legami tra Sin e Thoth vi fosse qualcosa di pi della semplice casualit. Secondo l'eminente egittologo Sir E.A. Budge:
L'analogia tra i due... dei  troppo stretta per essere accidentale... Sarebbe errato dire che gli egizi assorbirono dai sumeri o i sumeri dagli egizi, ma si pu presumere che i dotti di entrambi i popoli assorbirono il loro sistema teologico da una fonte comune ma estremamente antica.
La domanda, allora, era la seguente: qual era quella fonte comune ma estremamente antica, quella ipotetica zona ancora sconosciuta, quella terza parte cos progredita alla quale sia Budge

sia Emery si riferivano? Con mia somma delusione, nessuno dei due studiosi avanzava ipotesi in questo senso; Emery, per, lanciava timidamente un piccolo indizio quando affermava: Vasti tratti delMedio Oriente, delMar Rosso e delle coste dell'Africa orientale non sono stati ancora esplorati dagli archeologi.
Ero certo che se l'Egitto aveva davvero ricevuto i doni di civilt e scienza da un altro popolo, dovevano per forza esservi delle tracce di questo passaggio tanto importante. La deificazione di due grandi civilizzatori - Thoth e Osiride - testimoniava una cosa: anche se presentate sotto forma di teologia, le leggende su questi dei suonavano alle mie orecchie molto pi come echi di eventi effettivamente avvenuti e da lungo tempo dimenticati. Sentivo per che avevo bisogno di qualche prova pi certa, qualcosa che attestasse con chiarezza questi presunti benefici contatti con una progredita societ donatrice e che spiegasse anche come questa societ avesse poi potuto sparire senza lasciare tracce.
E alla fine trovai la chiave della faccenda. Si trattava della famosa storia del continente perduto di Atlantide - una storia talmente degradata da speculazioni di ogni genere che era ormai diventata una forma di suicidio professionale per qualunque studioso anche solo mostrare di prenderla sul serio (figuriamoci indagare approfonditamente su di essa). Dopo averla liberata da tutte le incrostazioni moderne, fui colpito da un particolare significativo: la pi antica menzione di Atlantide giunta fino a noi risaliva al filosofo greco Platone - uno dei fondatori del pensiero razionale occidentale - il quale aveva voluto sottolineare che quanto aveva detto sull'argomento era non fantasia ma vera storia.
Inoltre, scrivendo verso l'inizio del IV secolo a.C, Platone aveva, aggiunto che la fonte originale della sua storia era stato un sacerdote egizio, che aveva parlato della distruzione di varie civilt per opera di inondazioni e che aveva detto dei greci:
Voi siete di mente giovane... non avete alcuna conoscenza di veneranda et. (Invece) le nostre tradizioni qui sono le pi antiche... Nei nostri templi abbiamo preservato fin dalla pi remota antichit una testimonianza scritta di tutte le grandi o splendide imprese e degli eventi importanti che sono giunti alle nostre orecchie, sia che siano avvenuti nella vostra parte del mondo, sia qui, o in qualunque

altro posto; ma presso di voi, come presso altri, la scrittura e tutte le altre necessit della civilt si sono sviluppate solo quando discese il periodico flagello del diluvio, che non risparmi nessuno se non gli illetterati e gli incolti, cosicch doveste ricominciare da capo come bambini, nella completa ignoranza di ci che  successo nella nostra parte del mondo o nella vostra nei tempi antichi.
Migliaia di anni prima, continuava il sacerdote:
Vi era un'isola di fronte allo stretto che chiamate le Colonne d'Ercole, un'isola pi grande della Libia e dell'Asia insieme; da essa i viaggiatori potevano in quei giorni raggiungere le altre isole, e da queste il continente posto dall'altra parte, che circonda quello che pu a ragione essere chiamato oceano. Su quest'isola di Atlantide era sorta una potente e insigne dinastia di re... La loro ricchezza era superiore a quella posseduta da qualunque dinastia precedente, e non sarebbe mai pi stata eguagliata in futuro, ed essi possedevano tutto ci di cui avevano bisogno. A causa dell'estensione della loro terra essi importavano molti prodotti, ma alla maggior parte del loro fabbisogno provvedeva l'isola stessa. Aveva miniere dalle quali venivano estratti materiali solidi e metalli, compreso un metallo che oggi sopravvive solo nel nome, ma che allora veniva estratto in numerose localit dell'isola, Y oricalco, a quei tempi il metallo pi prezioso, a parte l'oro. Vi era una grande scorta di legname da costruzione e ogni tipo di animale domestico o selvatico, tra cui numerosi elefanti. Vi erano infatti ampi pascoli per queste bestie enormi e molto voraci come pure per tutte le creature che abitano paludi, acquitrini e fiumi, montagne o pianure. Oltre tutto questo, la terra produceva spontaneamente tutte le erbe aromatiche che vi sono anche oggi. Vi erano campi coltivati... Vi erano i frutti degli alberi... Tutto questo era prodotto dall'isola sacra, allora ancora illuminata dal sole, in ottima qualit e quantit.
Questo paradiso, per, non sarebbe stato illuminato dal sole ancora per molto tempo, perch ben presto - per punire i suoi abitanti di qualche malefatta o di un eccessivo orgoglio materialistico - vennero terremoti e inondazioni di straordinaria violenza, e nel giro di un unico, spaventoso giorno e di una notte l'isola di Atlantide fu inghiottita dal mare e scomparve.
Il mio interesse in questa storia non derivava da ci che essa aveva da dire a proposito della stessa Atlantide, n mi convinceva la localizzazione dell'isola di fronte alle Colonne d'Ercole. La mia opinione - ben supportata dall'evidenza geografica -era che non sarebbe mai potuta esistere una tale massa di terra nell'Oceano Atlantico e che coloro che si ostinavano a cercarla l stavano solo perdendo il loro tempo.
Mi sembrava comunque - e gli esperti concordavano, anche se a malincuore, su questo punto - che il racconto di Platone dovesse avere una qualche base storica. Senz'altro egli aveva introdotto molte distorsioni ed esagerazioni, e tuttavia stava parlando di un fatto che era realmente avvenuto da qualche parte del mondo, moltissimo tempo fa. Inoltre - particolare che era per me della massima importanza - egli aveva chiarito che i sacerdoti egizi avevano mantenuto un ricordo di questo avvenimento e lo avevano registrato negli scritti sacerdotali.
Ma se un simile ricordo si era preservato in Mesopotamia, non poteva trattarsi di una semplice coincidenza. Una spiegazione molto pi probabile poteva essere che lo stesso cataclisma - in qualunque luogo sia avvenuto - aveva ispirato le tradizioni di entrambe le regioni. Diedi quindi una seconda occhiata alle leggende in cui avevo notato le analogie tra Thoth e il dio-luna sumero Sin. Non fui sorpreso da ci che scoprii: come i loro contemporanei egizi, i sumeri non solo avevano adorato una saggia divinit lunare, ma avevano anche mantenuto il ricordo di un'inondazione avvenuta in tempi antichissimi, che aveva distrutto una grande, prospera e potente societ.
Pi mi addentravo nelle mie ricerche, dunque, pi mi convincevo che Atlantide potesse simboleggiare quella ipotetica zona ancora sconosciuta dalla quale avevano avuto origine le meravigliose civilt degli egizi e dei sumeri. Come ho gi detto, non credevo affatto che questa regione potesse trovarsi nell'Oceano Atlantico o in prossimit di esso; su questo punto concordavo completamente con il professor Emery, secondo il quale questa terra doveva occupare una posizione pi o meno equidistante dal Delta del Nilo e dal Basso Eufrate - forse in qualche arcipelago simile alle moderne Maldive (che secondo gli scienziati saranno completamente sommerse dall'acqua entro i prossimi cinquant'anni, a causa dell'innalzamento del livello dei mari dovuto

al surriscaldamento della crosta terrestre), o lungo le vaste, inesplorate coste del Corno d'Africa, o in una regione del sub-continente indiano particolarmente soggetta a inondazioni, come il Bangladesh. Queste aree tropicali sembravano tanto pi probabili in quanto ricordavo che Platone aveva parlato dell'esistenza di elefanti nella sua Atlantide - creature che, da molte migliaia di anni, vivevano soltanto in Africa, India e sud-est asiatico.
Pi riflettevo su questi concetti, pi mi andavo convincendo che valeva la pena di approfondirli. Al fine di orientarmi in questo nuovo filone di indagine, annotai le seguenti congetture e ipotesi nel mio taccuino:
Supponiamo che da qualche parte nel bacino dell'Oceano Indiano, nella parte iniziale o centrale del iv millennio a.C, una societ tecnologicamente avanzata sia stata distrutta da un'inondazione. Supponiamo che si trattasse di una societ marittima. Supponiamo che vi siano stati dei superstiti. E supponiamo che alcuni di essi'siano saliti sulle loro navi e abbiano fatto rotta verso Egitto e Mesopotamia, dove, una volta scesi a terra, si siano assunti il compito di civilizzare gli indigeni primitivi.
E soprattutto, supponiamo che in Egitto le tradizioni sacerdotali delle scienze sacre - alle quali Mos era stato esposto fin dall'infanzia -costituissero il mezzo con il quale si preserv l'insieme di conoscenze e di capacit pratiche dei nuovi venuti, al fine di tramandarlo alle generazioni future. In Egitto queste tradizioni si associarono fin dall'inizio al culto del dio-luna Thoth (e, in Mesopotamia, al culto di Sin). Forse ci avvenne perch i nuovi venuti adoravano anch'essi la luna  o forse perch incoraggiarono di proposito la deificazione di un oggetto sideral molto evidente e familiare, ma ancora avvolto da un alone spettrale. Il loro obiettivo, dopo tutto, sarebbe stato quello di modellare e dirigere le menti semplici delle genti in mezzo a cui si erano venuti a trovare e di creare un culto durevole, capace di sopravvivere per millenni, come veicolo per trasmettere tutte le loro conoscenze, che altrimenti sarebbero state facilmente dimenticate. In tali circostanze, non  difficile capire come mai essi abbiano preferito un misterioso e luminoso dio lunare piuttosto che un'altra divinit pi astratta, pi sofisticata ma meno visibile. In ogni caso, una volta istituzionalizzato il culto di Thoth nell'antico Egitto, e una volta imparati da parte dei suoi sacerdoti tutti i trucchi del mestiere portati dai nuovi venuti,  logico presumere che sia cominciata una sorta di processo auto-perpetuantesi: il nuovo e prezioso corpus di conoscenze sar stato avvolto nel mistero, protetto dagli estranei mediante vari tipi di sanzioni rituali e poi tramandato da iniziato a iniziato, di generazione in generazione, attraverso una tradizione segreta ed esclusiva. Questa conoscenza, naturalmente,, avrebbe conferito ai suoi detentori un potere senza precedenti sul mondo fisico - almeno secondo i rudimentali criteri della cultura indigena prevalente in Egitto prima dell'arrivo dei nuovi venuti - e si sarebbe espressa in modi che dovevano essere sembrati sbalorditivi per i laici (non ultima la costruzione di edifici meravigliosi che incutevano un timore reverenziale). Diviene facile comprendere, allora, in che modo si sia formata la convinzione che il dio-luna avesse inventato sia la scienza sia la magia, e come mai i suoi sacerdoti siano stati considerati maestri di stregoneria.
Salvati dall'acqua
Nel prosieguo delle mie ricerche, trovai altre conferme all'ipotesi centrale sopra riportata, e cio che una tradizione segreta di conoscenza fosse stata portata e preservata all'interno del culto di Thoth - una tradizione a cui avevano dato avvio, in un lontanissimo passato, degli immigrati portatori di una sofisticata civilt, che erano sopravvissuti a un'inondazione. Molto significativo, sotto questo profilo, era un tema molto persistente - tracce del quale si ritrovavano in quasi tutta la letteratura sacra - che associava ripetutamente la saggezza, e altre qualit proprie dell'eroe civilizzatore, a individui che erano stati salvati dall'acqua. La prima cosa che scoprii fu che si riteneva che Thoth, il quale era visto dagli egizi come fonte di tutta la loro scienza e conoscenza, avesse provocato un'inondazione per punire l'umanit della sua cattiveria. In questa circostanza, riportata nel capitolo CLXXV del Libro dei Morti, egli aveva agito congiuntamente con la sua controparte Osiride. Entrambe le divinit avevano poi guidato la terra dopo che la razza umana aveva cominciato a rifiorire. Fui quindi molto incuriosito quando, guardando pi addentro alla storia di Osiride, appresi che egli era stato salvato dall'acqua.

Il racconto completo della leggenda originale egizia, che si deve a Plutarco, affermava che, dopo aver migliorato le condizioni dei suoi sudditi, aver insegnato loro ogni tipo di conoscenza pratica e aver addirittura fornito loro il primo codice legale, Osiride lasci l'Egitto e se ne and in giro per il mondo, per portare i benefici della civilt anche alle altre nazioni. Egli non forz mai i barbari che incontrava ad accettare le sue leggi, preferendo sempre dialogare con loro e fare appello alla ragione. Si diceva anche che egli insegnasse aiutandosi con inni e canti accompagnati da strumenti musicali.
Mentre era lontano, per, 12 membri della sua corte, capeggiati da suo cognato Set, tramarono contro di lui. Al suo ritorno i cospiratori lo invitarono a un banchetto in cui venne offerta una splendida cassa di legno e oro all'ospite che vi si fosse adattato dentro alla perfezione. Ci che Osiride non sapeva era che la cassa era stata costruita proprio secondo le esatte misure del suo corpo. E cos, tutti gli ospiti del banchetto tentarono di entrarvi, ma nessuno vi riusc; quando fu il turno di Osiride, egli entr e vi si distese comodamente dentro. Prima che avesse il tempo di uscire, i cospiratori si affrettarono a chiudere la cassa inchiodandone il coperchio e tappando con piombo fuso tutte le fessure affinch non passasse aria per respirare. La cassa fu poi gettata alla deriva sul Nilo dove galleggi per un certo periodo, per poi finire impigliata tra le canne di papiro della regione orientale del delta.
A questo punto intervenne Iside, la moglie di Osiride. Usando tutte le sue arti magiche - e aiutata dal dio-iuna Thoth - essa and a cercare la cassa, la trov e la nascose in un posto segreto. Il suo diabolico fratello Set, tuttavia, mentre era a caccia tra le paludi, scopr dove si trovava la cassa, l'apr e, in un accesso di furia, tagli il cadavere reale in 14 pezzi, che poi sparpagli sulla terra.
Ancora una volta Iside si mosse per salvare suo marito. Fece una piccola barca di canne di papiro, coperta di bitume e pece, e si avvi sul Nilo in cerca dei suoi resti. Quando li ebbe trovati, chiam di nuovo Thoth, il quale la aiut, con un potente incantesimo, a riunire le parti del corpo smembrate, in modo che il corpo potesse riacquistare la sua antica forma. Da quel momento, tornato intatto e perfetto, Osiride sub un processo di risurrezione che lo port a diventare dio dei morti e re del mondo

sotterraneo - e da qui, secondo la leggenda, egli tornava di tanto in tanto sulla terra nelle sembianze di un uomo mortale.
Vi erano tre particolari in questa storia che ritenevo di grandissimo interesse: primo, il fatto che, nel periodo in cui governava la terra, Osiride fosse un civilizzatore e un legislatore; secondo, che egli fu posto in una cassa di legno e gettato nel Nilo; terzo, che Iside and a recuperare il suo corpo in una barca di canne di papiro ricoperta di bitume e pece. I parallelismi con la vita di Mos non potevano essere pi evidenti: anch'egli divenne un grande civilizzatore e portatore di leggi, anch'egli fu gettato alla deriva sulle acque del Nilo, anch'egli galleggi a lungo in una barchetta fatta di canne di papiro e coperta di bitume e pece, e anch'egli fu salvato da una principessa egizia. Anzi, come afferma lo storico Giuseppe, il nome stesso Mos significa salvato dall'acqua: perch gli egizi chiamano l'acqua mou e quelli che sono salvati eses; e perci gli diedero questo nome composto da ambedue le parole. Anche Filone, l'altro grande commentatore classico, era d'accordo con questa etimologia: Poich era stato preso dall'acqua, la principessa gli diede un nome derivato da questo, e lo chiam Mos, poich Mou  la parola egiziana che significa acqua.
Mi chiesi se per caso non vi fossero stati altri esempi, in Egitto e forse anche in Mesopotamia, di eroi civilizzatori che fossero stati salvati dall'acqua. Una ricerca in antichi annali e leggende mi rivel che in effetti ve ne erano stati molti. Per esempio Horus, il figlio di Iside e Osiride, fu ucciso dai Titani e gettato nel Nilo. Iside lo salv e lo fece rivivere con la sua magia; dopodich egli impar da lei le arti della fisica e della divinazione e li us a beneficio dell'umanit. Analogamente, in Mesopotamia, Sargon il Grande -il cui dominio port enorme ricchezza, potenza e stabilit ai sumeri e ai popoli vicini alla fine del m millennio a.C. - affermava di essere stato anch'egli salvato dall'acqua:
Mia madre era una sacerdotessa. Non conobbi mai mio padre. La principessa mia madre mi concep e mi fece nascere in gran segreto. Mi mise in un cesto fatto di canne e chiuse il coperchio con della pece, poi gett il cesto nel Nilo, che non era alto. Il fiume mi port via e mi port da Akki, che era un uomo responsabile delle libagioni. Akki mi guard con gentilezza e mi trasse dal fiume.

Scoprii che il tema della salvezza dall'acqua compariva spesso anche nelle pagine dell'Antico Testamento. Il profeta Giona, per esempio, fu gettato nel mare durante una furiosa tempesta, venne ingoiato vivo da un enorme pesce e tre giorni dopo vomitato sulla terraferma, cosicch pot predicare la parola di Dio ai cittadini di Ninive e distoglierli dalle loro pratiche maligne.
Ancora pi conosciuta era la storia, molto pi antica, di No, il quale - insieme con la sua famiglia e con due di ogni tipo di cosa vivente - scamp al diluvio universale in una grande nave di sopravvivenza che conosciamo come arca (fatta con canne e rivestita con pece dentro e fuori). Quando le acque del diluvio si furono ritirate, i tre figli di No, Sem, Cam e Jafet, udirono il comando di Dio di crescere e moltiplicarsi e se ne andarono a ripopolare il mondo.
Ma il personaggio di gran lunga pi famoso e influente a essere salvato dall'acqua fu Ges Cristo stesso - l'unica persona, a parte Mos, che le Scritture definissero potente nei fatti e nelle parole (un'espressione che, come gi sapevo, indicava la capacit di pronunciare perfettamente formule magiche). In questo caso, per, non si trattava di un vero e proprio recupero dall'acqua, ma di un fatto puramente simbolico; che prese la forma del misterioso rito del battesimo nelle acque del fiume Giordano. Questo, spieg Ges, era assolutamente necessario per la salvezza: Se un uomo non  nato dall'acqua... non pu entrare nel regno di Dio.
E avvenne in quei giorni, che Ges arriv da Nazareth di Galilea, e fu battezzato da Giovanni nel Giordano. E proprio mentre usciva dall'acqua, vide i deli aprirsi, e lo Spirito in forma di colomba discendere verso di lui. E si ud una voce dal cielo che diceva: Tu sei il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto.
Bench sapessi che gran parte dei cristiani praticanti interpretavano alla lettera questo brano del Vangelo di San Marco, non potei fare a meno di chiedermi se dietro queste parole tanto belle e toccanti non si celasse un significato pi profondo. Mi sembrava quanto meno possibile che l'evento qui descritto fosse una sorta di iniziazione di Ges alla conoscenza di un culto segreto

i cui fondatori erano stati letteralmente salvati dall'acqua migliaia di anni prima. Inoltre, non bisognava trascurare il fatto che era stato solo dopo questa iniziazione che Cristo aveva cominciato a compiere i suoi miracoli - la maggior parte dei quali (compresa la guarigione dei malati, la risurrezione dei morti, la moltiplicazione dei pani e dei pesci e il controllo degli elementi atmosferici) sarebbe stata subito riconosciuta dai Sommi Sacerdoti e dai maghi dell'antico Egitto come parte di quei trucchi magici che anch'essi imparavano a effettuare.
Dopo aver riconsiderato tutti i dati che avevo raccolto, scrissi nel mio taccuino:
Il tema del civilizzatore, o padre fondatore, o profeta, o legislatore, o Messia, che  stato in un modo o nell'altro salvato dall'acqua appare nelle Scritture e nella mitologia egizia e medio-orientale con tanta frequenza e con una tale consistenza che non pu trattarsi di una semplice coincidenza. Naturalmente ci non significa che tutti gli individui interessati fossero veri sopravvissuti di quella ipotetica zona ancora sconosciuta, quella presunta societ tecnologicamente avanzata che potrebbe aver costituito la culla della civilt mesopotamica e di quella egizia; Il fatto  che soltanto No, Osiride - e forse Horus -appartengono a un periodo preistorico sufficientemente remoto da poter rientrare in questa categoria. Ma anche Sargon, Mos, Giona e Ges (insieme a molte altre importanti figure provenienti da regioni e periodi storici molto diversi) vennero salvati dall'acqua  letteralmente o simbolicamente. Mi sembra quindi che ci che questa ricorrente immagine sottintende  l'iniziazione degli individui interessati a una tradizione di sapienza segreta cominciata moltissimo tempo fa dai sopravvissuti di un'inondazione, nel loro sforzo di preservare conoscenze teoriche e tecniche di vitale importanza, che altrimenti sarebbero state presto dimenticate.
Andando al di l di quanto poteva essere dedotto da miti e leggende, trovai in Egitto altre conferme tangibili a questa teoria del salvato dalle acque, cio il fatto che accanto a quasi tutte le-pi importanti tombe di faraoni e di notabili, e anche vicino alle piramidi, erano state sepolte delle vere e proprie imbarcazioni atte alla navigazione nell'oceano. Sapevo che finora questo aspetto era stato trattato dagli archeologi secondo il vecchio detto per cui se non capisci una particolare usanza, la cosa migliore da fare  metterla sul piano religioso. Gradualmente, per, mi si affacci alla mente l'idea che questa pratica di seppellire barche poteva essere dovuta a qualcos'altro che non fosse il semplice desiderio di collocare vicino alla tomba una rappresentazione fisica della barca simbolica che avrebbe condotto l'anima o lo spirito del re defunto alla sua destinazione ultima nel cielo.
Un primo punto di discussione poteva essere rappresentato dalla nave di legno di cedro che fu trovata sepolta in una fossa presso l'estremit meridionale della Grande Piramide di Giza, e che ora  conservata in un apposito museo allestito sul posto. Ancora in perfette condizioni 4.500 anni dopo la sua costruzione, questa enorme imbarcazione era lunga pi di 43 metri e pesava circa 40 tonnellate. Particolarmente interessante era la sua struttura, che riuniva (secondo l'autorevole opinione di Thor Heyer-dahl) tutte le caratteristiche tipiche delle navi fatte per navigare sul mare, con prua e poppa rivolte in alto, pi che in una nave vichinga, per solcare le onde del mare, non certo per affrontare le piccole increspature del Nilo. Un altro esperto pensava che queste strane barche da piramide, costruite con tanta cura e precisione, rappresentassero delle imbarcazioni adatte al mare molto pi di quelle usate da Colombo; anzi, molto probabilmente non avrebbero avuto alcun problema a fare il giro del mondo.
Poich gli antichi egizi erano molto abili nel costruire modellini e rappresentazioni in scala di oggetti per uso simbolico, mi sembrava alquanto difficile che si fossero cimentati nell'impresa di costruire, e poi seppellire, un'imbarcazione sofisticata come questa se il loro unico fine fosse stato quello di rappresentare il vascello spirituale che avrebbe accompagnato in cielo l'anima del re: avrebbero potuto benissimo raggiungere lo scopo anche con una barca molto pi piccola. Venni poi a sapere che recenti ricerche condotte a Giza avevano rivelato l'esistenza di un'altra barca enorme, anch'essa sul lato meridionale della piramide, tuttora chiusa nella sua fossa - e vi erano anche altre tre fosse (ora vuote) scavate nella roccia sul lato orientale. Come ebbe il coraggio di ammettere un altro egittologo, per altri versi sempre molto ortodosso,  difficile comprendere perch abbiano ritenuto necessarie tante navi. Ma poi, com'era

prevedibile, finiva anch'egli per cadere nel solito assunto fatto apposta per salvare studiosi in difficolt quando affermava:  chiaro che la loro presenza rispondeva a qualche obiettivo religioso relativo alla vita del re nell'aldil.
Ma era proprio questo punto che non mi era chiaro - soprattutto perch, come abbiamo visto nel capitolo precedente, non vi era assolutamente alcuna indicazione che qualche faraone fosse mai stato sepolto nella Grande Piramide. Inoltre, le pi antiche barche funerarie scoperte in Egitto risalivano a quel misterioso periodo, immediatamente prima dell'inizio della Prima Dinastia, quando civilt e tecnologia nella Valle del Nilo subirono un'improvvisa e inesplicabile trasformazione. Trovai quindi difficile resistere alla tentazione di concludere che questa strana pratica di seppellire barche era probabilmente legata pi alla ben consolidata tradizione di salvezza dall'acqua che a un simbolismo puramente religioso. Grandi vascelli adatti alla navigazione nell'oceano, infatti, avrebbero avuto un'enorme importanza per un gruppo di stranieri che era sopravvissuto a un'inondazione e che si era insediato in Egitto dopo essere fuggito in barca dal luogo del cataclisma. Forse essi, o coloro che vennero dopo di loro, pensavano che un giorno avrebbero potuto aver bisogno delle imbarcazioni che avevano seppellito - e non per consentire alle anime reincarnate di navigare nei cieli come celestiali viaggiatori, ma per far s che individui in carne e ossa potessero scappare ancora una volta dal flagello di qualche terribile diluvio.

Ricchezze nascoste e luoghi segreti
Il periodo aureo dell'antico Egitto corrisponde a un'epoca relativamente antica, dalla Terza alla Quinta Dinastia, approssimativamente dal 2900 al 2300 a.C. Dopodich, anche se gradualmente e con qualche ragguardevole inversione di tendenza, la civilt egizia cominci la fase di discesa. Questo scenario, accettato da tutti gli esperti, corrispondeva perfettamente, a mio parere, alla teoria che la civilt era stata portata nella Valle del Nilo durante il iv millennio a.C. da una regione ancora sconosciuta,

ma tecnologicamente avanzata.. Dopo tutto, non ci si poteva certo aspettare che una cultura importata producesse le sue forme migliori di espressione fin dal momento dell'arrivo dei nuovi venuti: in quel momento ci sar stato senz'altro un grande balzo in avanti, ma tutte le potenzialit si sarebbero potute sviluppare completamente solo quando anche i nativi avessero imparato le nuove tecniche.
E sembra che in Egitto sia avvenuto esattamente questo. Immediatamente prima dell'inizio della Prima Dinastia (diciamo intorno al 3400 a.C.) apparvero improvvisamente scrittura, aritmetica, medicina, astronomia e una complessa religione - e questo, come ho gi detto, senza che vi sia alcuna traccia di evoluzione in nessuna di queste discipline. Al tempo stesso si cominciarono a costruire sofisticati monumenti e tombe, fondati su concetti architettonici molto avanzati. - anche in questo caso senza alcuna traccia di evoluzione. Durante la Prima e la Seconda Dinastia (diciamo dal 3300 a.C. in avanti) vennero costruiti monumenti sempre pi elaborati che esprimevano con crescente vigore le nuove conoscenze tecniche e teoriche giunte dall'Egitto. E questa tendenza a raggiungere vette sempre maggiori di bellezza e di perfezione tecnica raggiunse quella che molti studiosi moderni considerano la sua massima espressione nei grandi edifici in pietra del complesso funerario di re Gioser, il primo faraone della Terza Dinastia.
Il complesso, che visitai parecchie volte nel 1989 e nel 1990,  dominato da una immensa piramide a sei livelli alta 60 metri e si trova a sud del Cairo a Saqqara. Tutto il complesso ha la forma di un rettangolo lungo oltre 600 metri e largo 300 e originariamente era cintato da un unico muro di pietra, ampie parti del quale sono ancora in piedi. Tra le altre caratteristiche figurano un grande colonnato con 40 alte colonne, un elegante cortile, e numerosi santuari, templi e costruzioni esterne - tutto su scala colossale, ma con strutture pulite ed eleganti.
Venni a sapere che nella tradizione egizia il progetto e la struttura dell'intero complesso di Gioser erano considerati l'opera di un unico genio creativo - Imhotep il Costruttore, che aveva anche i titoli di Saggio, Mago, Architetto, Sommo Sacerdote, Astronomo e Dottore. Mi interessai a questa leggendaria figura soprattutto per il fatto che le generazioni successive insistettero molto sulle sue abilit scientifiche e magiche; anzi, come per Osiride, i risultati che raggiunse in questi campi vennero talmente osannati che alla fine egli venne deificato. Autore di capolavori di alta ingegneria, come appunto la piramide di Gioser, Imhotep mi sembrava una delle personalit pi adatte a far parte del culto di Thoth: i monumenti di Saqqara parevano eloquentemente confermare che egli aveva assimilato e poi messo brillantemente in pratica l'abilit tecnologica tipica di quel culto.
Scoprii quindi con molto interesse che Imhotep era spesso definito nelle iscrizioni immagine e somiglianza di Thoth - e anche il successore di Thoth dopo che la divinit era ascesa al cielo. Appresi poi qualcosa di ancora pi importante: nell'antichit, anche Mos era stato spesso paragonato a Thoth (anzi, nel n secolo a.C. un'opera intera venne dedicata a questo confronto dal filosofo giudeo-greco Artapano, che attribu al profeta una serie di importanti invenzioni di carattere chiaramente scientifico).
Il fatto che individui storicamente tanto lontani come Mos e Imhotep fossero stati esplicitamente legati attraverso il culto del dio-luna non poteva che confermare, a mio avviso, non solo l'esistenza di una tradizione segreta di saggezza, ma anche la persistenza di tale tradizione. Cominciai allora a chiedermi se non potessero esistere anche altri maghi e saggi come Imhotep a cui fosse stato attribuito il progetto di qualche edificio altrettanto sofisticato e avanzato.
Purtroppo non si sapeva qual era l'architetto che aveva costruito la Grande Piramide di Giza. Questo grandioso edificio rappresentava certamente il punto culminante della splendida Quarta Dinastia - durante, la quale la civilt egizia raggiunse il suo apogeo. Come scrisse un esperto:
I faraoni non avrebbero mai pi costruito niente di queste dimensioni e con questo grado di perfezione. E tale livello di esperienza si riflette'anche in quasi tutte le altre forme artistiche o artigianali. Sotto la Quarta Dinastia l'arredamento fu il pi elegante, la biancheria la pi raffinata, la statuaria fu ad un tempo la pi possente e la pi perfetta... Alcune capacit, come quella di produrre nelle figure scolpite occhi meravigliosamente intarsiati, raggiunsero livelli al limite del soprannaturale. In seguito, le altre dinastie non produssero che mediocri versioni di queste opere e alla fine tutta la conoscenza scomparve completamente.
Non potevo che essere d'accordo con la maggior parte di queste annotazioni. Mi sembrava per che le speciali capacit tecnologiche necessarie per costruire questi splendidi e maestosi monumenti si fossero conservate per un lungo periodo prima di scomparire completamente. Anche se non ebbero alcuna espressione pratica, per esempio, non vi  dubbio che queste capacit sopravvissero in qualche modo nei molti secoli di stagnazione culturale che seguirono alla Quarta Dinastia, per poi riemergere nel grande rinascimento che si verific durante la Diciottesima e la Diciannovesima Dinastia (1580-1200 a.C).
Il capolavoro di quest'ultima epoca, che mi riempiva di meraviglia ogni volta che vi posavo gli occhi sopra, era lo splendido obelisco della regina Hatshepsut a Karnak. Non lontano da l, sul lato occidentale del Nilo, la stessa regina aveva anche commissionato un grande tempio mortuario che, in seguito, fu considerato uno dei grandi capolavori architettonici del mondo.
Venni a sapere che l'architetto che aveva seguito entrambi questi monumenti si chiamava Senmut. E interessante notare che, in un'iscrizione da lui stesso composta, e che si poteva ancora leggere sulla sua tomba, egli aveva ammesso esplicitamente di aver acquisito le sue speciali conoscenze e capacit tecniche solo dopo essere stato iniziato ai misteri di una tradizione di sapienza antica e segreta. Avendo compreso tutti gli scritti dei Divini Profeti, dichiarava, non ignoravo pi nulla di tutto ci che era accaduto dall'inizio dei tempi. Scrissi nel mio taccuino:
Supponiamo che Mos (il quale era vissuto neanche 200 anni dopo Senmut) fosse anch'egli un iniziato di questa stessa tradizione segreta - una tradizione che risaliva al di l dell'orizzonte della storia, attraverso Imhotep fino ai re-di Thoth e Osiride, e che si estendeva fino a comprendere altri grandi scienziati e civilizzatori come Ges

Cristo. Se vi  anche solo qualcosa di vero in questa ipotesi, allora non  forse possibile che alcuni tra i grandi pensatori di epoche pi recenti siano stati anch'essi eredi di questa conoscenza occulta che ispir i costruttori delle piramidi e degli obelischi, e che consent a Mos di compiere i suoi miracoli?
Nel cercare una risposta a questa domanda, mi ritrovai di nuovo davanti i Cavalieri Templari - che avevano occupato il sito originario del Tempio di Salomone a Gerusalemme nel 1119 e che, a mio parere, avevano appreso nella citt Santa qualcosa che li aveva spinti a cercare l'Arca dell'Alleanza in Etiopia. Come ho gi detto nel capitolo quinto, le ricerche che avevo svolto sulle credenze e sui comportamenti di questo strano gruppo di monaci guerrieri mi avevano convinto che essi dovevano essersi imbattuti in qualche tradizione di sapienza estremamente antica - e che avevano poi messo in pratica le conoscenze cos acquisite nella costruzione di chiese e castelli che, da un punto di vista architettonico, erano molto pi avanzati degli altri edifici del xn e xm secolo.
E allora, mi domandai, non era possibile che questa tradizione di conoscenza alla quale erano stati iniziati i Templari fosse proprio la stessa di Mos, Senmut e Imhotep? E se s, allora non poteva anche darsi che la ricerca dell'Arca da parte dei cavalieri fosse legata a questa tradizione? Sapevo che probabilmente sarebbe stato impossibile trovare prove concrete di questa esoterica supposizione; eppure scoprii con grande interesse che molte antiche tradizioni ebraiche sostenevano che l'Arca conteneva la radice di ogni conoscenza. Inoltre, come il lettore ricorder, il coperchio d'oro della sacra reliquia era sormontato da due cherubini: era solo una coincidenza il fatto che, nella tradizione giudaica, il dono distintivo dei cherubini era la conoscenza?
Non erano questi gli unici indizi che mi portavano a pensare che la ricerca dell'Arca potesse essere anche una ricerca della conoscenza. Altrettanto significativo era il fatto che quando i Templari vennero perseguitati, torturati e messi sotto processo all'inizio del XIV secolo, molti di loro confessarono di adorare una misteriosa testa barbuta, il cui nome sarebbe stato Baphomet. Alcuni studiosi, appigliandosi agli stretti legami che i cavalieri avevano instaurato con i mistici islamici, avevano identificato Baphomet con Maometto - ignorando cos spudoratamente il fatto che l'Islam non avrebbe mai potuto ispirare un tale comportamento, poich i musulmani consideravano il loro profeta un uomo, non un dio, e inoltre aborrivano ogni tipo di culto idolatra. Una spiegazione di gran lunga pi convincente si deve invece al professor Hugh Schonfield, un esperto di cristianit primitiva, che aveva decifrato un codice segreto usato in molti dei famosi Rotoli del Mar Morto - un codice che i Templari avrebbero potuto facilmente apprendere durante il loro lungo soggiorno in Terra Santa. Schonfield mostr che, scrivendo il nome Baphomet con questo codice e poi traslitterandolo, ne risultava la parola greca Sophia, che significava Sapienza.
In base a questa analisi, dunque, adorando Baphomet i Templari adoravano il principio della Sapienza. Ed era precisamente questo che facevano anche gli antichi egizi quando adoravano Thoth come personificazione della mente di Dio, l'autore di ogni opera in ogni branca della conoscenza, sia umana sia divina, l'inventore di astronomia e astrologia, la scienza dei numeri e la matematica, geometria e agrimensura, medicina e botanica.
A questo punto mi sentii incoraggiato ad andare avanti. Un fatto che emerse quasi subito fu che anche i massoni avevano tenuto Thoth in speciale considerazione. Anzi, secondo una tradizione massonica molto antica, Thoth aveva svolto un ruolo fondamentale nel preservare la conoscenza delle capacit manuali dei massoni e nel trasmetterla all'umanit dopo il diluvio. E l'autore di uno studio accademico molto ben documentato sulle origini della Massoneria si spingeva ad affermare che, agli albori della loro storia, i massoni consideravano Thoth il loro patrono. Io sapevo gi (vedi capitolo settimo) che esistevano stretti legami tra Templari e massoni, e che i secondi discendevano quasi certamente dai primi. Ora la figura di Thoth proiettava questi legami nell'antico e persistente contesto di una tradizione di sapienza che affondava le sue radici nell'epoca faraonica. Mi posi quindi un'altra domanda: oltre ai Templari e ai massoni, vi erano stati

altri gruppi o individui le cui opere, o le cui idee, erano apparse molto avanzate rispetto alla loro epoca, e che potrebbero essere stati iniziati alla stessa tradizione di conoscenza?
In effetti ve ne erano molti. Per esempio, Copernico, l'astronomo del Rinascimento la cui teoria di un universo eliocentrico aveva capovolto la visione medioevale fondata sulla centralit della terra, aveva affermato esplicitamente che era arrivato a questa rivoluzionaria intuizione studiando gli scritti segreti degli antichi egizi, comprese le opere nascoste dello stesso Thoth. Analogamente il matematico del XVII secolo Keplero (il quale, tra l'altro, scrisse un racconto immaginario di un viaggio sulla luna) ammise che nel formulare le sue leggi delle orbite planetarie rub i vasi d'oro degli egizi.
E anche Isaac Newton afferm che gli egizi nascondevano, sotto il velo di riti religiosi e simboli geroglifici, misteri che andavano al di l delle capacit del popolo comune. Tra questi misteri egli sosteneva che vi fosse anche la consapevolezza che la terra compiva la sua orbita attorno al sole e non viceversa: Secondo l'opinione pi antica, i pianeti compivano una rivoluzione intorno al sole, e anche la terra, come uno dei pianeti, descriveva un'orbita annuale attorno al sole, mentre con un moto giornaliero ruotava sul suo asse, e il sole rimaneva fermo. Grazie alla sua profonda intelligenza e cultura, Newton aveva gettato le fondamenta della fisica come disciplina moderna. Egli aveva compiuto scoperte davvero epocali nel campo della meccanica, dell'ottica, dell'astronomia e della matematica (il teorema del binomio e il calcolo differenziale e integrale), grandi passi avanti nella comprensione della natura della luce e - soprattutto - la formulazione di quella legge della gravitazione universale che aveva modificato per sempre la visione umana del cosmo.
Ci che invece era molto meno conosciuto del grande scienziato inglese era il fatto che egli aveva trascorso molta parte della sua vita profondamente immerso nella letteratura ermetica e nell'alchimia (i trattati alchemici rappresentavano pi di un decimo della sua biblioteca personale). Inoltre, egli era letteralmente ossessionato dall'idea che una sapienza segreta si nascondesse dietro le pagine delle Scritture: lo interessavano in particolare Daniele dell'Antico Testamento e Giovanni del Nuovo, perch la lingua degli scritti

profetici era simbolica e geroglifica e la loro comprensione richiedeva un metodo di interpretazione completamente diverso.
Ed era forse proprio per ricercare questo metodo che, come scoprii indagando pi a fondo sulla personalit di Newton, egli intraprese uno studio accurato di una ventina di versioni diverse del libro dell'Apocalisse, imparando anche l'ebraico per accostarsi meglio al testo; un analogo esercizio svolse anche per il libro di Ezechiele. Potei anche stabilire che, basandosi sulle informazioni contenute in quest'ultima opera, egli aveva anche ricostruito accuratamente la pianta del Tempio di Salomone. perch? perch era convinto che il grande edificio costruito per racchiudere l'Arca dell'Alleanza rappresentasse una sorta di criptogramma dell'universo; ed era certo che, se avesse potuto decifrare questo criptogramma, sarebbe giunto a conoscere la mente di Dio.
La pianta del Tempio composta da Newton era conservata nella Babson College Library. Lo scienziato aveva poi esposto le altre sue scoperte e osservazioni teologiche in scritti privati che contavano, in totale, ben pi di un milione di parole. A met del XX secolo, questi strani manoscritti vennero alla luce e furono acquistati all'asta dall'economista John Maynard Keynes. Newton non fu affatto il primo dell'et della ragione, comment in seguito l'economista, evidentemente piuttosto scosso, alla Royal Society, fu invece l'ultimo dei maghi, l'ultimo dei babilonesi e dei sumeri, l'ultima grande mente che guard il mondo con gli stessi occhi di coloro che cominciarono a costruire il nostro patrimonio intellettuale poco meno di diecimila anni fa. Keynes studi molto attentamente i manoscritti e concluse -molto significativamente, a mio parere - che Newton vedeva:
L'intero universo e tutto ci che vi  contenuto come un enigma, un segreto che poteva essere decifrato applicando il pensiero puro a certi dati, certi indizi mistici che Dio aveva nascosto nel mondo per chiamare i filosofi a una sorta di caccia al tesoro che li avrebbe uniti in una confraternita esoterica. Egli credeva che questi indizi fossero da ricercarsi in parte nell'evidenza dei cieli e nella costituzione degli elementi, ma in parte anche in alcuni testi e tradizioni tramandati attraverso i confratelli in un'ininterrotta catena che risaliva all'originaria rivelazione criptica.

Addirittura! E anche se sapevo che non sarei mai riuscito a provare che i confratelli in questione erano direttamente legati alle tradizioni occulte del dio-luna Thoth - e a quegli scienziati e civilizzatori che erano stati salvati dall'acqua - sentivo che si poteva almeno confermare un fatto interessante. Nel compiere le sue maggiori scoperte, Newton aveva ammesso varie volte di essersi affidato non soltanto al suo genio, ma anche a una forma di conoscenza molto antica e segreta. Una volta, per esempio, aveva affermato senza mezzi termini che la legge della gravitazione esposta nei suoi Principia non era nuova, ma anzi era gi conosciuta, e pienamente compresa, in tempi antichi; egli vi era arrivato decodificando la letteratura sacra delle et passate. In un'altra occasione aveva parlato di Thoth come di un credente nel sistema copernicano. E prima ancora aveva appoggiato la tesi del medico e alchimista tedesco Michael Maier (1568-1622) il quale aveva affermato che, in tutto il corso della storia, i veri conoscitori della scienza avevano tratto le loro cognizioni dal dio-luna egizio.
Tra le altre curiosit, scoprii che Newton era rimasto colpito dal fatto che vi era una generica tradizione riguardante un diluvio tra i popoli antichi e aveva mostrato un interesse notevole nei confronti della tesi biblica secondo la quale No era l'antenato comune di tutta l'umanit. Inoltre, malgrado le sue devote convinzioni religiose, egli sembr di tanto in tanto aver considerato Cristo pi come un uomo particolarmente dotato, un interprete del progetto di Dio, che come il Figlio di Dio stesso. Ma ci che trovai pi affascinante fu che la figura centrale della teologia di Newton, e anche della sua concezione della scienza primitiva, era proprio il profeta Mos, che egli considerava un iniziato ai misteri dell'universo, un maestro di alchimia, e un testimone della doppia rivelazione di Dio, come espressa nella sua parola e nelle sue opere.
Molti secoli prima della nostra era illuminata, secondo Newton, Mos aveva compreso che la materia era fatta di atomi, e che questi atomi erano duri, solidi e immutabili: La gravit interessava sia gli atomi sia i corpi da essi composti; la gravit era proporzionale alla quantit di materia in ogni corpo. Newton,

inoltre, vedeva nel racconto della creazione presentato dalla Genesi - e attribuito a Mos - una descrizione allegorica di un processo alchemico:
Mos, l'antico Teologo, nel descrivere ed esprimere la meravigliosa Architettura di questo grandioso mondo, ci dice che lo spirito di Dio si pos sulle acque che formavano un caos indistinto, una massa precedentemente creata da Dio.
In seguito, riferendosi agli sforzi degli alchimisti,- il grande scienziato inglese aveva aggiunto:
Proprio come il mondo fu creato dal caos oscuro attraverso l'apporto della luce e la separazione del firmamento etereo e delle acque dalla terra, cos la nostra opera crea il principio estraendolo dal nero caos e dalla sua materia primordiale mediante la separazione degli elementi e l'illuminazione della materia.
Infine, non poteva essere casuale il fatto che il brano biblico preferito da Newton fosse un passaggio che alludeva all'esistenza di una forma coperta di conoscenza, disponibile solo per gli iniziati:
E io ti dar i tesori dell'oscurit, e le ricchezze nascoste di luoghi segreti, affinch tu sappia che io, il Signore, che ti chiamo per nome, sono il Dio di Israele.
Riflettei sul fatto che, se Newton avesse davvero avuto accesso agli stessi tesori dell'oscurit e alle stesse ricchezze nascoste di Mos, questo avrebbe significato quanto meno la persistenza, per millenni, di una setta o di un culto clandestino fatto per tramandare una forma di conoscenza esclusiva e privilegiata. Questa sembrava una storia fantastica, ma non era affatto impossibile. Al contrario, era accaduto spesso che alcune cognizioni e procedimenti tecnici fossero passati da una generazione all'altra - e da una regione del mondo all'altra - senza che rimanesse alcuna traccia concreta di questo passaggio. Per esempio, Rhabdas, un matematico che visse a Costantinopoli nel xn secolo, era noto per calcolare le radici quadrate utilizzando un metodo conosciuto solo nell'antico Egitto, pi di 2000 anni prima, e mai pi usato in nessun'altra regione. In che modo, e da dove, egli avesse acquisito questa tecnica, non  facile stabilirlo. Analogamente, sapevo con certezza che per secoli i vari ordini massonici avevano trasmesso varie informazioni di carattere esoterico, e avevano insegnato arcani rituali e cerimonie, senza che se ne sia mai trovato alcun resoconto pubblico.
Tracciare i contorni di una setta gelosamente reticente era dunque un'impresa non da poco. Ma ci che trovavo ancora pi audace era la sfida volta a individuare la vera natura della scienza e della tecnologia che un'istituzione cos durevole e segreta come il culto di Thoth avrebbe dovuto proteggere e preservare - soprattutto se, come sospettavo, questa scienza e questa tecnologia avevano avuto origine in una cultura storicamente remota e oggi del tutto dimenticata. Come scrissi nel mio taccuino di appunti:
Sarebbe un errore presumere a priori che le nostre invenzioni e l'apparato tecnologico del XX secolo siano un modello; al contrario, se una societ avanzata  davvero esistita in qualche periodo arcaico, allora  probabile che le sue cognizioni fossero alquanto diverse da tutto ci che ci  oggi familiare, e che il suo apparato tecnologico funzionasse secondo principi oggi sconosciuti.

Uno strumento mostruoso
 E fu proprio con-questi pensieri nella testa che affrontai l'esame degli strani passaggi dei libri dell'Esodo e del Deuteronomio che descrivevano gli incontri tra Dio e Mos sul Monte Sinai. Tra tuoni e fulmini, fiamme e nuvole di fumo, Yahweh avrebbe svelato il progetto dell'Arca dell'Alleanza al mago ebreo e gli avrebbe consegnato le Tavole della Legge di pietra che recavano inscritti i Dieci Comandamenti. Poi l'Arca stessa venne costruita dall'artigiano Bezaleel, che segu alla lettera il piano divino, quasi come se sapesse che stava fabbricando uno strumento mostruoso.
E questo, infatti, sospettavo che l'Arca fosse realmente: uno strumento mostruoso capace di liberare terribili energie in un modo incontrollato e catastrofico se appena fosse stato maneggiato o utilizzato in maniera lievemente scorretta - uno strumento che non era stato concepito dalla mente di Dio, ma dalla mente di Mos.
Abile mago in un'era in cui magia e scienza erano assolutamente indistinguibili,  dopo tutto possibile (e forse pi che possibile) che Mos avesse la preparazione tecnica - e quindi anche la capacit - di progettare un oggetto di tal fatta. Naturalmente non vi  alcuna prova di ci, ma penso che ormai soltanto coloro che si accostano alla storia con atteggiamento pedante e cavilioso possono continuare a sostenere che le antiche tradizioni di conoscenza egizie non avevano alcun contenuto tecnologico al quale il profeta potesse attingere per conferire all'Arca gli spaventosi poteri che l'Antico Testamento le attribuisce.
Vale senz'altro la pena di dilungarsi un po' sull'argomento e - per i lettori interessati ad approfondire questo mistero - offro le seguenti ipotesi e congetture come spunti di riflessione.

Ragione e opportunit
Presumiamo per un momento che Mos avesse effettivamente la competenza tecnica per creare uno strumento mostruoso capace di distruggere mura di citt (come nel caso di Gerico, colpire a morte la gente (come nel caso di Uzzah e gli uomini di Bethshemesh), infliggere tumori a coloro che vi si accostavano senza un'adeguata protezione (come nel caso dei filistei dopo la battaglia di Ebenezer) e contrastare la gravit (come nel caso dei portantini che l'Arca una volta fece alzare in aria e poi cadere sul pavimento pi e pi volte).
Se presumiamo in Mos la capacit di fabbricare una macchina cos, allora non ci resta che chiederci se avesse anche motivo, e occasione, di fabbricarla.
Mi permetto di suggerire che, a mio avviso, di motivi ne aveva. Si pu infatti affermare che Mos, il quale apparteneva alla lunga lista di eroi civilizzatori che erano stati salvati dall'acqua, non aveva come obiettivo primario quello di istituzionalizzare la fede ebraica (anche se certamente lo fece), ma piuttosto di civilizzare

gli israeliti - i quali, prima dell'Esodo, erano poco pi che una trib arcaica di braccianti migratori abbandonata in Egitto.
Supponiamo che il profeta abbia deciso di ispirare (e mobilitare) questo primitivo e quasi ingovernabile gruppo di nomadi convincendoli che stava per condurli alla Terra Promessa - Canaan - che, per invogliarli, aveva descritto come una terra buona, grande... una terra dove scorrono fiumi di latte e miele. Egli era per un leader troppo furbo, un giudice troppo astuto della fragilit umana, per limitarsi a condurre l direttamente, senza alcuna forma di preparazione preventiva, quella sorta di plebaglia alquanto disorganizzata. Mos sapeva che la sua gente avrebbe dovuto affrontare temibili nemici, una volta giunta a destinazione; e che, se volevano avere ragione di questi nemici, avrebbe dovuto prima forgiare, modellare i loro animi, piegarli al suo volere, e imporre loro una certa disciplina.
E questo ragionamento sembra offrire anche una spiegazione logica per qualcosa che altrimenti non avrebbe molto senso, e cio il fatto che gli israeliti avrebbero trascorso 40 anni peregrinando nell'inospitale deserto della penisola del Sinai. Vi erano, a quel tempo, almeno due strade commerciali molto ben conosciute e frequentate, con le quali ci volevano solo due giorni ad attraversare i deserti tra l'Egitto e Canaan. Mi sembra, quindi, che la decisione di Mos di non utilizzare queste strade, ma di infliggere invece un lungo periodo di privazioni al suo popolo, non possa essere stata che una strategia voluta e calcolata, il modo migliore per preparare gli israeliti alla conquista della Terra Promessa.
Una tale strategia, per, avrebbe avuto anche il suo rovescio della medaglia - soprattutto il problema di convincere le varie trib a convivere nel deserto e ad affrontare tutte le difficolt e le austerit della vita nomade. Erano problemi non da poco: il racconto biblico delle peregrinazioni nel deserto lascia intendere che per Mos non fu affatto facile mantenere la fiducia del suo popolo e costringerlo a obbedirgli.  vero che tutti si mettevano subito in riga ogni volta che egli compiva qualche nuovo miracolo (e quanti ne dovette compiere!), ma in altre occasioni - in particolare quando si trovavano davanti a qualche avversit - ribollivano per la scontentezza, lo criticavano aspramente e talvolta gli si ribellavano apertamente contro.
In tali circostanze, non  del tutto irragionevole supporre che il profeta possa aver sentito la necessit di attrezzarsi con una sorta di macchina dei miracoli portatile per impressionare gli israeliti ogni volta che si rendeva necessaria un po' di magia. E l'Arca non era proprio questo - una macchina dei miracoli portatile che Mos utilizzava per assicurarsi che il popolo gli avrebbe obbedito anche nelle situazioni di maggior difficolt?
Non  difficile trovare riscontro di questo genere di impiego dell'Arca nella Bibbia. Anzi, sembra addirittura che il comportamento di Mos abbia subito un brusco cambiamento dopo la costruzione dell'Arca. Prima, egli rispondeva alle continue richieste e ai lamenti degli israeliti con atti di magia relativamente piccoli -staccare un pezzo di roccia desertica con la sua bacchetta per far sgorgare da essa acqua fresca, estrarre acqua potabile da una pozza stagnante, distribuire cibo sotto forma di manna e quaglie, ecc. In seguito, invece, il profeta non stette pi a perdere tempo con piccoli trucchetti come questi: ogni volta che il popolo mugugnava, gli si rivoltava contro oppure osava mettere in discussione in qualunque modo la sua leadership, egli non faceva altro che rivolgere l'Arca verso di loro - con i prevedibili, spaventosi risultati.
Una volta, per esempio, la us per sfigurare la pelle di sua sorella Miriam, che aveva messo in dubbio la sua autorit. La Bibbia chiama la sua malattia lebbra, ma quando Miriam fu punita a sufficienza, le sue piaghe sparirono. E poich erano comparse subito dopo che essa era stata colpita dalla misteriosa nube che emergeva ogni tanto tra i due cherubini del coperchio dell'Arca,  alquanto improbabile che quelle piaghe fossero state davvero provocate dalla lebbra. Non potevano piuttosto essere dovute a qualche sostanza chimica o contaminante emessa dall'Arca stessa?
Miriam non fu l'unica persona ad essere colpita in questo modo, dopo essere incorsa nelle ire di Mos; anzi, altri contestatori che non erano abbastanza fortunati da far parte della famiglia sacerdotale furono puniti con severit anche maggiore. Una

serie di avvenimenti particolarmente interessanti avvennero in risposta a un ammutinamento in cui l'autorit di Mos e Aronne fu messa apertamente in discussione:
Duecentocinquanta figli di Israele unirono le forze contro Mos e Aronne dicendo: Vi sopravvalutate troppo! Tutta la comunit e i suoi membri sono consacrati, e Yahweh vive in mezzo a loro. perch vi mettete pi in alto della comunit di Yahweh?
Mos fu dapprima talmente scioccato da questa insubordinazione, che divenne paonazzo in volto. Subito, per, si riprese, e propose il seguente test: per vedere se i duecentocinquanta ribelli erano santi come lui, sugger che ciascuno riempisse di incenso un incensiere di bronzo e che poi venisse davanti all'Arca a bruciare quell'incenso. Se vi riusciva, allora Yahweh avrebbe scelto colui che  consacrato uomo.
La sfida fu accolta: E ogni uomo port il suo incensiere, e vi mise del fuoco e dell'incenso, e si ferm alla porta del Tabernacolo... con Mos e Aronne. Si era appena raccolta la piccola folla, quando la gloria di Yahweh apparve. Poi si dice che la divinit parl ai suoi favoriti per tre secondi, avvertendoli di ci che stava per fare: Yahweh parl a Mos e ad Aronne. Egli disse: Staccatevi da questa assemblea, poich sto per distruggerli, qui e adesso. Al che il profeta e l'Alto Sacerdote si gettarono con il volto a terra... E fuoriusc un fuoco (dall'Arca) e consum i duecentocinquanta che avevano offerto incenso.
Dopodich:
I figli di Israele parlarono a Mos, e gli dissero: Vedi, noi moriamo, periamo, tutti periamo... Chiunque si avvicina al Tabernacolo del Signore perir: la morte ci consumer dunque tutti?
Sembra dunque che avessero imparato una lezione salutare. Soggiogati dai poteri del'Arca, non osarono pi ribellarsi, ma anzi, a patte qualche lamentela o mormorio sommesso, rigavano dritto dietro Mos e facevano esattamente ci che egli diceva loro di fare, durante il resto della loro permanenza nel deserto.
Ecco, dunque, il motivo. Mos aveva chiaramente bisogno di una macchina per miracoli proprio come l'Arca. Inoltre, una volta attrezzatosi con la macchina - se davvero si trattava di una macchina - non mostr alcuna esitazione nell'usarla.
Ma il motivo e l'abilit, da sole, non erano sufficienti a spiegare l'arcano. Occorreva rispondere a un'altra domanda: aveva Mos la capacit di preparare un progetto adeguato per l'Arca e di fabbricare una sorta di motore per essa - una sorgente di energia che la facesse funzionare?
La risposta  s; Mos aveva questa capacit. Per capire il perch vale la pena di richiamare gli eventi principali della sua vita, nell'ordine in cui avvennero:
1) Nacque in Egitto.
2) Fu gettato alla deriva nel Nilo in una. cesta fatta di canne di papiro coperte di bitume e pece.
3) Fu salvato dall'acqua dalla figlia del faraone.
4) Fu allevato nella casa reale dove apprese tutta la saggezza degliegizi - e divenne un esperto di magia, e quasi certamente un SommoSacerdote.
5) All'et di 40 anni, secondo la Bibbia, sent dire che il popolo presso cui era nato gli israeliti - era oppresso dagli egizi. Lasci subito la corte e and a vedere che cosa stava succedendo. Scopr che essi conducevano una vita da schiavi, costretti ai lavori forzati giorno e notte. Infuriato per questo crudele trattamento, e per l'arroganza degli egizi, egli non ci vide pi, uccise un sorvegliante e si rifugi in esilio.
6) All'et di 80 anni - cio 40 anni dopo - ritorn dall'esilio e feceuscire gli israeliti dalla schiavit.
Che cosa accadde durante quell'intervallo di 40 anni? La Bibbia, stranamente, non ci aiuta affatto a rispondere a questa domanda e dedica solo 11 versi all'intero periodo. Chiarisce per una cosa: in tutto questo lasso di tempo l'evento principale fu l'incontro di Mos con Yahweh presso il cespuglio in fiamme - un incontro che avvenne ai piedi del Monte Sinai, dove, qualche tempo dopo, sarebbe stata costruita l'Arca.
Molto prima che Mos convincesse gli israeliti a seguirlo attraverso il Mar Rosso, non era dunque probabile che egli avesse preso una certa confidenza con il terrificante deserto della penisola del Sinai? La localizzazione del cespuglio in fiamme non lascia dubbi

sul fatto che egli trascorse almeno una parte del suo quarantennale esilio in questo remoto deserto montagnoso. Anzi, potrebbe avervi trascorso la maggior parte o tutto il suo esilio - una teoria che non manca di qualche supporto accademico. Secondo un egittologo di fama, Mos potrebbe aver passato anche 25 anni nel Sinai, vivendo in una localit su una montagna chiamata Serabit-el-Khadem, a meno di 50 miglia dal Monte Sinai128.
Nel giugno 1989 visitai Serabit-el-Khadem, che si trova in un'austera e arida zona montuosa nella parte centro-meridionale del Sinai. Sulla cima piatta della montagna, assolutamente priva di turisti, vi erano le rovine di un insediamento nel quale si dice sia vissuto Mos - rovine dominate dagli obelischi, altari e colonne che devono un tempo essere appartenuti a un grande tempio egizio. Come Sommo Sacerdote dell'antica religione egizia, riflettei, Mos avrebbe dovuto sentirsi a proprio agio l, e se davvero era scappato dall'ira del faraone dopo aver ucciso un sorvegliante, come affermava la Bibbia, allora sarebbe stato abbastanza al sicuro in quel luogo remoto e oscuro.
Decisi di indagare pi a fondo su Serabit-el-Khadem dopo la mia visita iniziale, e nel corso di questa ricerca emersero soprattutto due elementi.
Primo, venni a sapere che il luogo dove sorgeva il tempio era stato oggetto di accurate ricerche nel 1904-1905 da parte del grande archeologo inglese Sir William Hinders Petrie, il quale aveva portato alla luce frammenti di parecchie tavolette di pietra. Le iscrizioni riportate su queste tavolette mostravano uno strano alfabeto pittografico che, molto tempo dopo, venne classificato come appartenente a una lingua semitico-canaanita legata all'antico ebraico.
Secondo, scoprii che la localit di Serabit-el-Khadem era stata un importante centro di estrazione e manifattura di rame e turchese approssimativamente dal 1990 a.C. al 1190 d.C.m. Queste date indicavano dunque che non vi era alcun anacronismo nell'affermare che Mos era vissuto l nel xm secolo a.C, immediatamente prima dell'Esodo. Anzi, un ulteriore elemento a favore di questa ipotesi sta proprio nell'esistenza di un alfabeto legato all'ebraico in uso in quella localit pi o meno nello stesso periodo.

Ma ci che mi interessava di pi era il fatto che Serabit avesse costituito una sorta di complesso industriale e che in tutta la zona si effettuassero sistematicamente scavi per l'estrazione dei materiali. Mi pareva dunque che se Mos era davvero vissuto l per lungo tempo, doveva per forza aver acquisito una certa conoscenza dei minerali e dei metalli racchiusi nel sottosuolo del Si-nai meridionale.
Dopo aver visitato Serabit-el-Khadem, nel giugno 1989, attraversai con la jeep che avevo preso a nolo le cinquanta miglia del deserto del Monte Sinai. Da un certo punto di vista il termine deserto non si addice troppo a questa regione: infatti, anche se non mancano le distese di sabbia, gran parte del paesaggio  formato da catene montuose rossastre, aride e scoscese, dove non cresce quasi niente: Le uniche macchie di verde sono costituite da oasi occasionali poste nelle vallate, e una di queste oasi, ricca di palme da datteri, si trova ai piedi del Monte Sinai. Qui, nel rv secolo d.C, proprio nel punto in cui si dice che vi fosse il famoso cespuglio in fiamme, fu eretta una piccola cappella cristiana, che negli anni successivi venne poi notevolmente ampliata. Nel V secolo essa era ormai divenuta un monastero posto sotto il patronato della Chiesa copta di Alessandria; un secolo dopo, l'imperatore romano Giustiniano ne fortific le mura perch potessero sostenere meglio gli attacchi delle trib beduine; infine, nell'xi secolo, tutto il complesso fu dedicato a Santa Caterina. Ancora oggi l'edificio  conosciuto come Santa Caterina, e molte delle strutture costruite nel v e vi secolo sono tuttora in piedi.
Prima di affrontare l'ardua scalata di oltre 2.000 metri per arrivare alla vetta del Monte Sinai, passai un po' di tempo all'interno dell'antico monastero. La chiesa principale conteneva parecchie opere di pregio, icone, mosaici e dipinti, alcuni dei quali avevano quasi 1.500 anni. Nel giardino vi era un recinto con mura di pietra, costruito attorno a un grande cespuglio di lamponi, che i monaci consideravano l'originale cespuglio delle fiamme. Naturalmente non era cos - anzi, sapevo bene che non era nemmeno dimostrato che l'attuale Monte Sinai fosse l'effettivo Monte Sinai di cui parlava la Bibbia. Il fatto  che le tradizioni monastiche che risalivano almeno al IV secolo d.C. avevano associato proprio questa cima con la montagna di Dio, e quasi certamente lo avevano fatto sulla base di autorevoli fonti di informazione oggi perdute. Sapevo inoltre che le locali tradizioni tribali concordavano: il nome beduino del Monte Sinai era semplicemente JebelMusa - la montagna di Mos. Anche l'opinione accademica associava il biblico Monte Sinai con la cima che porta oggi quel nome - e le poche voci dissenzienti non indicavano una regione diversa, ma piuttosto qualche altra cima vicina nella stessa zona (per esempio Jebel Serbai). . Devo confessare che dopo aver scalato il Monte Sinai nel giugno 1989 non ebbi pi alcun dubbio che si trattasse davvero della montagna presso la quale Mos aveva portato gli israeliti nel terzo mese dopo aver lasciato l'Egitto. Sulla cima del monte, mi fermai su una sporgenza che dominava chilometri e chilometri di alture frastagliate che digradavano, in lontananza, verso aride pianure. Nell'aria vi era una leggera nebbia azzurrina e una grande quiete - non proprio silenzio, ma quiete. Poi si alz un vento improvviso, freddo e secco; un'aquila si lanci in volo verso l'alto e per un attimo mi fu accanto, prima di scomparire dalla mia vista. Rimasi l, da solo, per un po', in quel posto che sembrava spietato e lontano da ogni compromesso; e ricordo di aver pensato che Mos non avrebbe potuto scegliere un luogo pi evocativo e pi appropriato in cui ricevere i Dieci Comandamenti dalla mano di Dio.
Ma era davvero questo che il mago ebreo era venuto a fare sul Monte Sinai? Mi pareva che vi fosse anche un'altra possibilit. Non poteva darsi che il suo vero scopo fosse stato quello di costruire l'Arca dell'Alleanza e di mettervi dentro una grande fonte di energia, la sostanza grezza che sapeva di trovare sulla cima di quella particolare montagna?
Si tratta di una tesi altamente speculativa - ma  proprio alla speculazione che ci stiamo dedicando e per un attimo vogliamo dare libero sfogo all'immaginazione. Se Mos avesse saputo dell'esistenza di una qualche sostanza potente presente sulla cima del Monte Sinai, quale avrebbe potuto essere questa sostanza?
Un'ipotesi - che abbiamo gi avanzato, pur in un contesto diverso, nel capitolo terzo -  che le tavole di pietra sulle quali si dice che

Dio abbia scritto i Dieci Comandamenti fossero in effetti due pezzi di meteorite. Riecheggiando la Pietra-Graal di Wolfram - che sarebbe stata portata dal cielo in terra da una squadra di angeli -questa intrigante possibilit  presa alquanto sul serio da parecchi illustri esegeti biblici, che mettono in luce il culto di frammenti meteorici in varie culture semitiche antiche e aggiungono che:
Nascondere le tavole della legge in un contenitore chiuso (pare) alquanto illogico... Se esistevano parole di legge incise sulla pietra, dovevano sicuramente essere esposte al pubblico... (si pu quindi) supporre che l'Arca non contenesse le due tavole della legge, ma una pietra feticcia, un meteorite raccolto sul Monte Sinai.
Se questa congettura risponde al vero, si tratta ora di chiarire di quale elemento sia stato composto esattamente il meteorite del Monte Sinai. Non forse del tutto irragionevole pensare che potesse essere radioattivo, o che possedesse caratteristiche chimiche che Mos avrebbe potuto sfruttare se il suo scopo fosse stato davvero quello di costruire una potente e durevole fonte di energia per l'installazione dell'Arca. 
La lettura delle Scritture non esclude affatto la possibilit che Mos abbia costruito qualcosa sul Monte Sinai. Al contrario, molti brani del relativo capitolo del libro dell'Esodo sono piuttosto strani, almeno tanto da consentire una interpretazione di questo genere.
La cosiddetta teofania - la manifestazione di una divinit a un uomo mortale - cominci immediatamente dopo che gli israeliti si erano accampati ai piedi del monte. Poi Mos sal verso Dio, e il Signore lo chiam dalla montagna.
In questo punto la Bibbia non fa alcun cenno di fumo o fuoco o altri effetti speciali che sarebbero comparsi in seguito: il profeta si limit a scalare la montagna e a intrattenere una conversazione privata con Yahweh, una conversazione alla quale non assistette nessun altro. Significativamente, una delle istruzioni che si dice egli ricevette dalla divinit fu la seguente:
Tu traccerai dei confini per il popolo, dicendo: Badate a non salire sul monte, o a toccarne i confini: chiunque tocca la montagna sar messo a morte... verr lapidato o colpito da frecce... non deve restare
in vita.

 ovvio che Mos avrebbe avuto un ottimo motivo per imporre con tanto rigore una zona di esclusione ordinata da Dio se davvero progettava di fabbricare o comunque di maneggiare una determinata sostanza sul Monte Sinai: la prospettiva di essere ucciso da pietre o frecce avrebbe costituito senz'altro un ottimo deterrente che avrebbe fatto passare al popolo la voglia di andare a curiosare per vedere che cosa Mos stesse facendo e che gli avrebbe quindi consentito di diffondere l'illusione che si stava incontrando con Dio.
In ogni caso, fu solo dopo aver trascorso tre giorni sulla montagna che il dramma cominci. Allora:
Al mattino... vi erano tuoni e fulmini, e una spessa nuvola sopra la montagna, e si sentiva alto il suono di una tromba;, cosicch tutti coloro che stavano nell'accampamento tremarono... E il Monte Sinai era tutto coperto di fumo, perch Yahweh era disceso su di esso in forma di fuoco. Come fumo da una fornace, il fumo sal.
Inizialmente sembra che Mos passasse solo una parte del suo tempo isolato sulla cima della montagna, e che per il resto del tempo stesse all'accampamento. Presto, per, Dio gli disse:
Vieni da me sulla montagna e stai qui finch ti dar le tavole di pietra - la legge e i comandamenti - che ho scritto.
Questo, dunque, fu il preludio al grande evento del Sinai: l'acquisizione da parte di Mos delle due tavole di pietra che avrebbe in seguito posto dentro l'Arca dell'Alleanza. L'ascesa del profeta fu accompagnata da altri effetti speciali:
Mos sal sulla montagna, e una nube copr il monte. E la gloria di Yahweh scese sul Monte Sinai; per sei giorni la nuvola lo copr, e il settimo giorno Yahweh si rivolse a Mos dalla nuvola. Agli occhi dei figli di Israele la gloria di Yahweh apparve come un fuoco divorante sulla cima della montagna. Mos entr nella nuvola, sal sul monte e vi rimase per 40 giorni e 40 notti.
E possibile che un Dio onnipotente abbia impiegato 40 giorni e 40 notti per consegnare le tavole di pietra al suo profeta? Sembrerebbe un periodo un po' troppo lungo. Se invece Mos non avesse affatto ricevuto le tavole della Testimonianza, ma fosse

andato l per mettere a punto una specie di sorgente di energia compatta, a forma di pietra, da porre all'interno dell'Arca, allora gli sarebbe stato s necessario tutto quel tempo per finire il lavoro.
In quest'ottica, allora, il fuoco divorante sulla cima della montagna che gli Israeliti avevano interpretato come la gloria di Yahweh sarebbe stato invece nient'altro che il calore infernale sprigionato da qualche arnese o processo chimico che il profeta stava utilizzando per portare a termine il suo obiettivo. E anche se questa ipotesi suona abbastanza fantastica, non lo  certo di pi delle strane informazioni concernenti le tavole di pietra contenute nell'Antico Testamento, nel Mishna, nel Talmud e nelle pi antiche leggende ebraiche.

Tavole di pietra?
Le pi chiare descrizioni delle tavole si trovano in alcune fonti talmudiche-midrasiche che forniscono i seguenti dati: 1) esse erano fatte di pietra simile allo zaffiro; 2) misuravano non pi di sei spanne di lunghezza e altrettante di larghezza, ma erano ugualmente molto pesanti; 3) bench dure, esse erano anche flessibili; 4) erano trasparenti.
Ed  proprio su questi strani oggetti che si dice furono scritti i Dieci Comandamenti - nientemeno che da Yahweh stesso, come la Bibbia non manca di precisare:
Quando ebbe finito di parlare con Mos sulla montagna del Sinai, gli diede le due tavole della Testimonianza, tavole di pietra, incise dal dito di Dio... E Mos si gir e scese dalla montagna tenendo in mano le due tavole della Testimonianza, tavole scritte su entrambi i lati, scritte sul diritto e sul rovescio. Queste tavole erano l'opera di Dio, e la scrittura posta su di esse era la scrittura di Dio.
Sotto il profilo teologico, dunque, non potevano sussistere dubbi sulla santit o sul significato di ci che il profeta portava: scritte proprio dal dito di Dio, le due tavole erano infatti, pressoch letteralmente, frammenti del divino. Dal punto di vista biblico niente di pi prezioso era mai stato affidato a un mortale. Si poteva quindi supporre che Mos se ne sarebbe preso cura; invece non fu cos: anzi, per ripicca, egli ruppe questi doni puri e perfetti.
Perch egli comp un atto cos incomprensibile? Secondo la spiegazione che ne da l'Esodo, ci avvenne perch gli israeliti avevano perso la speranza che egli tornasse dopo i 40 giorni trascorsi sulla montagna e avevano fabbricato un vitello d'oro, che era diventato oggetto di culto. Arrivato all'accampamento, Mos li colse in flagrante mentre offrivano sacrifici, danzavano e si prostravano davanti all'idolo; alla vista di questa assurda apostasia la rabbia del profeta si scaten ed egli gett per terra le tavole che aveva in mano e le ruppe ai piedi della montagna. Quindi prese il vitello d'oro, fece uccidere circa tremila tra i peggiori idolatri e ripristin l'ordine.
Questo, dunque,  il racconto ufficiale di come e perch le tavole di pietra originarie finirono per essere rotte. Questi oggetti, per, erano ovviamente di importanza fondamentale e dovevano essere rimpiazzati: Dio ordin dunque a Mos di ritornare sulla cima della montagna per ricevere altre due tavole nuove. Il profeta obbed e rimase l con Yahweh 40 giorni e 40 notti... e incise sulle tavole le parole dell'Alleanza, i Dieci Comandamenti; Poi Mos scese nuovamente dalla montagna portando le tavole, esattamente come aveva fatto la prima volta. Uno studio attento dei passaggi biblici pi importanti, per, rivela una significativa, sostanziale differenza tra queste due discese: nella seconda la pelle del suo volto brillava, mentre nella prima non si fa menzione di questo strano fenomeno.
Che cosa poteva aver fatto s che la pelle del volto del profeta emanasse luce? Gli autori biblici presumevano naturalmente che fosse stata la vicinanza con Dio a provocare questo fenomeno, e spiegavano: La pelle del suo viso era raggiante dopo che egli aveva parlato con Yahweh. Ma in molte occasioni precedenti, fin dal famoso episodio del cespuglio in fiamme, Mos era stato molto vicino a Yahweh senza che si verificasse alcuna conseguenza. Anzi, un incontro di questo genere era avvenuto poco prima che egli intraprendesse la sua seconda spedizione di 40

giorni sul Sinai. Mentre era ancora all'accampamento degli israeliti, egli aveva avuto un lungo e intimo incontro con la divinit, un incontro che si era tenuto in un'apposita struttura consacrata che veniva chiamata Tenda dell'Incontro. L il Signore parl a Mos faccia a faccia, come un uomo parla al suo amico, ma non vi era alcun cenno o indizio che facesse pensare che la pelle del profeta brillasse.
E allora, che cosa poteva aver prodotto quell'effetto? Non  ragionevole pensare che potessero essere le stesse tavole di pietra? Un riscontro incrociato a questa ipotesi proviene dalle fonti talmudiche e midrasiche che sottolineano il fatto che le tavole erano permeate dal fulgore divino. Quando Dio le porse a Mos: Egli teneva in mano il terzo superiore, mentre Mos impugn il terzo inferiore, ma un terzo rimase aperto, e fu in questo modo che il fulgore divino si rivers sul volto di Mos.
Poich ci non era avvenuto con la prima serie di tavole -quelle che Mos aveva rotto -  legittimo porsi una domanda: come mai le cose erano cos diverse la seconda volta? Non poteva darsi che Mos avesse scoperto che le prime tavole erano tecnicamente imperfette proprio perch non bruciavano il suo volto? Ci potrebbe anche spiegare perch in seguito le ruppe. La seconda serie di tavole, invece, produsse l'effetto che egli si aspettava, e questo deve avergli provato la reale efficacia del procedimento che aveva utilizzato, e deve averlo rassicurato che le tavole avrebbero funzionato a dovere una volta poste all'interno dell'Arca.
; L'idea che il fulgore, o la brillantezza, sul volto di Mos sia in effetti dovuta a una sorta di bruciatura  naturalmente puramente speculativa e non trova alcun supporto nella Bibbia. Eppure mi sembra una deduzione perfettamente ragionevole - o almeno ragionevole al pari delle altre - se si considerano le poche parole dedicate a questo argomento. La descrizione della discesa del profeta dalla montagna con la seconda serie di tavole  limitata a soli sette versi nel capitolo 24 dell'Esodo. Quei versi, comunque, chiariscono in modo inequivocabile che il suo aspetto era talmente terribile quando egli arriv all'accampamento che tutti gli israeliti avevano paura di avvicinarsi a lui. Per non turbarli egli copr il suo volto, con un velo e da allora, quando non era solo nella sua tenda, indossava sempre il velo.
Non sembra questo un comportamento molto pi tipico di un uomo bruciato - e bruciato malamente - da qualche potente fonte di energia piuttosto che toccato dalla radiosit di Dio?

Un testamento per le verit perdute
Si potrebbe discutere all'infinito sulla vera natura dell'Arca dell'Alleanza, e sul suo contenuto. Mi sono spinto fin dove ho potuto su questo particolare terreno. I lettori che desiderano approfondire l'argomento, per, potrebbero essere interessati a considerare anzitutto il materiale di cui era fatta l'Arca. Sembra che siano state utilizzate grandi quantit di oro - e l'oro, oltre che bello e nobile,  anche non-reattivo ed eccezionalmente denso. In particolare il trono di Dio, che fungeva da coperchio della reliquia, veniva descritto da un rabbino del xn secolo come avente lo spessore di una spanna intera. Poich una spanna misurava tradizionalmente la distanza tra la punta del pollice e quella del mignolo di una mano aperta al massimo, ci significa che l'Arca era coperta da una pesante tavoletta d'oro spessa una ventina di centimetri. Era necessario usare tanto metallo prezioso? Ed era solo un caso che Rabbi Shelomo Yitshaki, che diffuse questa informazione - insieme a molti altri dati riguardanti la sacra reliquia - fosse nato e avesse passato gran parte della sua vita nella citt di Troyes, nel cuore della regione francese della Champagne? Quella citt era la patria di Chrtien de Troyes, la cui opera sul Sacro Graal, scritta 15 anni dopo la morte del rabbino, istitu il genere in cui poi si sarebbe distinto anche Wolfram von Eschenbach. E. fu sempre a Troyes che San Bernardo di Chiaravalle tracci la regola dei Cavalieri Templari. Insomma, misteri e connessioni si moltiplicano.
I curiosi vorranno forse considerare per un attimo anche gli speciali paramenti che i Sommi Sacerdoti dell'antico Israele indossavano quando si avvicinavano all'Arca. Se non avessero indossato quei paramenti, si diceva che la loro vita sarebbe stata

in pericolo. Era semplice rito e superstizione, o forse si trattava di un abito protettivo necessario per qualche ragione che aveva magari qualcosa a che fare con la natura dell'Arca stessa?
Legato a questo punto ve ne  un altro - le strane coperture, con sistemi in due strati di tessuto e uno di pelle, in cui l'Arca doveva essere avvolta prima di poter essere trasportata (apparentemente al fine di impedire che qualcuno venisse ucciso se accidentalmente toccava l'Arca in movimento). Ma anche dopo aver preso tutte queste precauzioni, avveniva talvolta che la sacra reliquia provocasse la morte dei suoi portantini. Quando ci accadeva, si sprigionavano delle scintille. Ma che cos'erano queste scintille? E le coperture dell'Arca - che erano sempre fatte di materiali non-con-duttori - fungevano forse da isolanti?
Di qualche interesse era anche la storia di Nadab e Abihu, i due figli di Aronne che furono uccisi dall'Arca poco tempo dopo che essa era stata sistemata nel tabernacolo (ho descritto brevemente questo incidente nel capitolo dodicesimo; secondo le Scritture una fiamma li avvolse e li divor ed essi morirono). Stranamente, Mos ignor completamente le normali, e lunghe, procedure dei funerali ebrei e ordin invece che i corpi fossero portati immediatamente lontano dall'accampamento. perch fece una cosa simile? Di che cosa aveva paura?
Chi poi desiderasse saperne di pi potrebbe esaminare i brani della Bibbia in cui si narrano le tremende afflizioni che l'Arca impose ai filistei durante i sette mesi in cui rimase nelle loro mani dopo essere stata catturata nella battaglia di Ebenezer. Anche in questo caso ho gi descritto gli avvenimenti nel capitolo dodicesimo, ma ho tralasciato molte cose che potrebbero invece essere dette.
Pu anche servire a risolvere molti enigmi un attento studio di quanto accadde negli anni precedenti la restituzione dell'Arca dai filistei agli israeliti, prima che re Salomone la sistemasse definitivamente nel tabernacolo del suo Tempio a Gerusalemme. Credo che esista una spiegazione ai miracoli e ai terribili atti che essa comp in quel periodo - una spiegazione razionale connessa alla sua natura di oggetto di fabbricazione umana e non soggetto ad alcuna influenza divina o ultraterrena.

Anzi, le mie ricerche mi hanno portato alla conclusione che si pu comprendere pienamente la sacra reliquia solo sotto questa luce, non come un ricettacolo di poteri soprannaturali ma come uno strumento costruito ad arte dall'uomo. -Senza dubbio si tratta di uno strumento molto diverso da quelli conosciuti oggi, ma ciononostante  senz'altro il prodotto di un'operazione umana, progettato da mani umane per adempiere a un fine umano. Ma non per questo ne viene sminuito l'aspetto magico e misterioso: io lo considero anzi un dono di una scienza antica e segreta, la chiave per comprendere la storia pi remota della nostra specie, un segno della nostra gloria dimenticata, un testamento delle nostre verit perdute.
E, del resto, che cos'altro  la ricerca dell'Arca o del Graal se non una ricerca di conoscenza, una ricerca di sapienza e di luce?


Parte V
ISRAELE ED EGITTO, 1990
Dov' la gloria?

Capitolo Quattordicesimo LA GLORIA HA ABBANDONATO ISRAELE

Verso met pomeriggio di gioved 4 ottobre 1990 entrai nella citt vecchia di Gerusalemme attraverso la Porta Giaffa. Dopo aver passato Piazza Ornar Ibn el-Khatab, con i suoi graziosi caff, mi si apr davanti un fitto labirinto di stradine pavimentate con un antico ciottolato.
Qualche anno prima tutta questa zona doveva essere piena di animazione e di negozi, ma adesso era pressoch deserta: Ylntifada palestinese, e le recenti minacce da parte dell'Irak di radere al suolo Israele con i missili Scud erano bastati a mettere in fuga tutti gli stranieri.
Alla mia destra, mentre camminavo, vi era il quartiere armeno e, alla mia sinistra, il quartiere cristiano dominato dalla chiesa del Santo Sepolcro. All'interno di questo grande edificio vi era la cappella dell'Invenzione della Croce, che il generale musulmano Saladino, su richiesta di re Lalibela, aveva concesso alla comunit etiope di Gerusalemme dopo che i crociati erano stati espulsi dalla citt nel 1187. In seguito gli etiopi avevano perso i loro privilegi sulla cappella, ma sapevo che continuavano a occupare un grande monastero sovrastante^
Continuai ad avanzare verso est attraverso le viuzze silenziose e deserte, molte delle quali erano coperte da un tetto fatto con tende di canapa che smorzavano la luce abbagliante e il calore del sole pomeridiano, creando un'atmosfera fresca, quasi mediterranea. Alcuni poveri commercianti seduti sulla soglia del proprio negozio facevano timidi tentativi per vendermi souvenir o borse di arance mature che non volevo.

Mentre procedevo lungo la strada della Catena, avevo sulla destra il quartiere ebraico, dove gruppi di giovani asidei vestiti con abiti scuri e strani cappelli di pelliccia si aggiravano con fare aggressivo, dichiarando con il linguaggio del corpo che si sentivano padroni di tutto ci che li circondava. Alla mia sinistra vi era invece il quartiere musulmano, dove si poteva toccare con mano l'infelicit, la frustrazione e la desolata disperazione. E diritto davanti a me, innalzandosi sopra la citt come un simbolo aureo di speranza, stava la Cupola della Roccia - la bella moschea eretta dal califfo Ornar e dai suoi successori nel vn secolo d.C. e considerata il terzo tra i luoghi pi sacri del mondo islamico.
Era proprio la Cupola della Roccia che ero venuto a vedere, non tanto per il suo significato presso i musulmani quanto perch era stata costruita nel luogo dove sorgeva prima il Tempio di Salomone. Sapevo che all'interno avrei trovato una grande pietra, ritenuta dagli ebrei ortodossi la Shetiyyah, la pietra posta a fondamento del mondo. E su questa pietra, nel x secolo a.C, nella profonda oscurit del tabernacolo, Salomone stesso aveva posto l'Arca dell'Alleanza. Come un uomo che cerca di richiamare l'immagine della sua amata lontana accarezzando qualche suo capo di abbigliamento, cos io speravo, toccando la Shetiyyah, di poter cogliere pi a fondo il senso della reliquia perduta.
Non era questo, per, l'unico mio obiettivo in quel pomeriggio di ottobre. Poche centinaia di metri pi a sud della moschea di Ornar, sapevo che avrei potuto visitare un altro edificio importantissimo per la mia ricerca - la moschea Al-Aqsa, che i Cavalieri Templari avevano usato come loro quartier generale nel xn secolo. Da questa sede, almeno cos sospettavo, essi avevano compiuto spedizioni per proprio conto nelle grotte sotterranee della Shetiyyah - dove, secondo alcune leggende, l'Arca era stata nascosta poco prima della distruzione del Tempio di Salomone.
Andai anzitutto alla moschea Al-Aqsa, mi sfilai le scarpe ed entrai nella fredda e spaziosa sala rettangolare che i musulmani consideravano di santuario pi lontano, nel quale si dice che Maometto fu trasportato dagli angeli nel suo famoso Viaggio Notturno. Ma qualunque fosse il luogo di preghiera che esisteva

in questo punto al tempo del profeta (570-632 d.C), era comunque da tempo scomparso, e io mi trovai davanti un'accozzaglia di stili architettonici diversi, il pi vecchio dei quali risaliva al 1035 circa, mentre il pi recente datava del periodo 1938-1942, quando Mussolini aveva donato la serie di colonne di marmo che mi stava davanti e re Farouk d'Egitto aveva finanziato il restauro e il riaffresco del soffitto.
Anche i Templari avevano lasciato la loro impronta nella grande moschea. Arrivati qui nel 1119, essi non se ne andarono fino al 1187, quando Saladino li espulse da Gerusalemme: a loro si devono, tra l'altro, le tre magnifiche arcate centrali del portico. Gran parte di ci che i cavalieri costruirono successivamente and poi distrutto, ma sopravvisse il refettorio (che venne poi incorporato nella vicina moschea delle Donne) e anche la vasta area sotterranea che essi avevano adibito a stalle per i loro cavalli (le cosiddette stalle di Salomone) erano ancora in buono stato.
Mentre, con i piedi coperti solo dalle calze, mi facevo strada cautamente tra i musulmani che gi si stavano riunendo per la preghiera del pomeriggio, mi sentivo stranamente svagato, ma al tempo stesso sveglio, quasi galvanizzato. Il miscuglio di tre e influenze artistiche differenti, il vecchio mescolato al nuovo, le colonne di marmo di Mussolini e i mosaici islamici dell'xi secolo, tutto contribuiva a confondere le mie percezioni. L'interno, spazioso e molto illuminato, era percorso da flussi di aria carica di incenso, che evocava visioni di quei cavalieri europei che erano vissuti e morti qui tanto tempo fa e che avevano dato al loro strano e segreto ordine il nome del Tempio di Salomone - il cui sito, ora occupato dalla Cupola della Roccia, era a soli due "minuti di cammino.
La ragion d'essere del Tempio era estremamente semplice. Esso era stato concepito e progettato come niente di pi e niente di meno che una casa dove custodire l'Arca dell'Alleanza del Signore. Ma da allora, naturalmente, l'Arca era scomparsa e anche il Tempio non esisteva pi. Completamente distrutta dai babilonesi nel 587 a.C, la struttura eretta da Salomone era stata sostituita mezzo secolo dopo da un secondo Tempio - che, a sua volta, era stato raso al suolo dai romani nel 70 d.C. Il luogo

dove sorgeva il tempio era stato poi abbandonato fino all'arrivo delle armate musulmane, nel 638, quando venne costruita la Cupola della Roccia. Durante tutte queste peripezie la Shetiyyah era rimasta al suo posto. Il sacro terreno sul quale un tempo ripos l'Arca era quindi l'unico elemento costante che era passato indenne da tutte le tempeste della storia, che aveva visto avvicendarsi ebrei, babilonesi, romani, cristiani e musulmani, e che era tuttora al suo posto.
Lasciai dunque la moschea Al-Aqsa, mi infilai di nuovo le scarpe e mi avviai per la strada del Monte del Tempio, verso la moschea di Ornar, o Cupola della Roccia - il cui nome indicava proprio la sua funzione di custodia della Shetiyyah. La caratteristica principale di questo grande edificio ottagonale era la sua enorme cupola d'oro (che in effetti era visibile da molte zone di Gerusalemme). Tuttavia non provavo affatto un'impressione di sproporzione di fronte a questa costruzione monumentale: al contrario, essa mi comunicava una complessa sensazione di luce e grazia mista a una rassicurante forza.
Questa prima impressione si rafforz ulteriormente quando entrai nella moschea, e rimasi letteralmente senza fiato nel vedere la smisurata altezza del soffitto, che sembrava voler toccare il cielo, le colonne e gli archi che sostenevano l'interno ottagonale, le varie nicchie e rientranze delle pareti, i mosaici, le iscrizioni -tutti questi elementi fusi insieme in una sublime armonia di proporzioni che costituiva un'eloquente espressione dell'anelito dell'umanit verso il divino, e che attestava che questo anelito era ad un tempo nobile e profondo.
Appena entrato, il mio sguardo si era rivolto subito in alto, catturato dalla cupola, la cui estremit si perdeva in una fredda oscurit sopra la mia testa. Ma poi la mia attenzione, come attratta da una potente forza magnetica, si riport gi, verso il centro della moschea, dove, proprio al di sotto della cupola, stava una grande pietra scura, larga forse una decina di metri, liscia in alcuni punti, dentellata in altri. Era proprio la Shetiyyah e, via via che mi avvicinavo, sentivo che il mio cuore aveva preso a battere pi forte e che il respiro si faceva affannoso. Non  difficile comprendere come mai gli antichi abbiano pensato a questo

grande macigno come alla pietra posta a fondamento del mondo, o capire perch Salomone l'abbia scelta come centro del suo Tempio. Grossolanamente intagliata e asimmetrica, essa sporgeva dal Monte Moriah solida e immobile come la terra stessa.
Una palizzata di legno intagliato circondava tutta l'area centrale, ma in un angolo di questa palizzata era incastrato un piccolo altare attraverso cui potei stendere la mano e toccare la Shetiyyah. La sentii liscia sotto la mano, quasi come il vetro, forse a causa delle innumerevoli mani di pellegrini che, da generazioni e generazioni, venivano ad accarezzarla; rimasi l, perso nei miei pensieri, assorbendo attraverso tutti i pori delle mie dita l'immensa antichit di questa pietra strana e meravigliosa. E, anche se oggettivamente non significava molto, fu comunque molto importante per me essere in quel luogo e assaporare questo momento di quieta riflessione proprio alla sorgente del mistero che stavo cercando di risolvere.
Alla fine ritirai la mano e continuai a girare attorno alla Shetiyyah. Sulla destra una scala conduceva a una profonda caverna posta sotto la pietra - una grotta che i musulmani chiamavano Bir el-Arweh, la Fontana delle Anime. Qui, secondo la fede islamica, si sentivano talvolta le voci dei morti fondersi col rumore dei fiumi del paradiso. Quando entrai, per, non sentii nulla, a parte il mormorio delle preghiere che stavano recitando i pellegrini che mi avevano preceduto e che erano prostrati in adorazione del freddo pavimento di pietra, invocando con la melliflua intonazione araba il nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso, una divinit tra i cui profeti, molto prima di Maometto, figuravano anche Abramo e Mos e che, nel suo assoluto e indiscutibile essere uno, non era affatto diverso da Yahweh, il Dio dell'Arca.
Sapevo che varie leggende ebraiche e islamiche parlavano di un passaggio nascosto e segreto posto sotto la Fontana delle Anime, che conduceva fin nelle viscere della terra, dove si diceva che fosse stata nascosta l'Arca, al tempo della distruzione del Tempio di Salomone - e dove, secondo molti, essa si trovava tuttora, sorvegliata da spiriti e demoni. Come ho gi precisato nella Parte II, io sospettavo che i Cavalieri Templari avessero effettuato qui le loro ricerche sull'Arca nel xn secolo, dopo aver appreso di

queste leggende. In particolare, ve ne era una attribuita a un certo Baruch, che avrebbe assistito personalmente all'intervento di un angelo del Signore pochi istanti prima che l'esercito babilonese facesse irruzione nel Tempio:
E lo vidi scendere nel Tabernacolo e prendere da esso il velo, e l'Arca Santa, e la sua copertura, e le due tavole... Ed egli grid alla terra a gran voce: Terra, terra, terra, ascolta la voce di Dio onnipotente e accogli ci che ti affido, e sorveglialo fino alla fine dei tempi, cosicch, quando ti verr ordinato, tu possa riportarlo alla luce, e gli stranieri non possano impossessarsene.... E la terra apr la sua bocca e ingoi tutto.
Se davvero i Templari si erano ispirati a questo testo e avevano cercato l'Arca sotto la Fontana delle Anime, ero certo che non erano riusciti a trovarla. Essi potevano facilmente aver scambiato la cosiddetta Apocalisse di Baruch (da cui  tratto il brano sopra riportato) per un autentico documento antico, risalente al VI secolo a.C. Ma la dottrina ha oggi dimostrato che il testo fu scritto alla fine del I secolo d.C. e perci non poteva certo rappresentare una testimonianza oculare dell'occultamento della sacra reliquia, che fosse per opera di un angelo o di chiunque altro. Al contrario, si trattava di un'opera di pura fantasia, che, malgrado il suo tono evocativo e soprannaturale, non aveva alcun fondamento storico.
Per queste e altre ragioni, ero sicuro che le ricerche dei Templari sotto il Monte del Tempio fossero andate a vuoto. Ma sospettavo anche che in seguito essi fossero venuti a sapere della pretesa dell'Etiopia di costituire il luogo di custodia dell'Arca e che alla fine un gruppo di cavalieri si fosse recato l per effettuare ricerche per proprio conto.
Anch'io, d'altra parte, stavo seguendo le stesse tracce che avevano seguito i Templari tanti secoli prima, e sentivo che queste tracce portavano verso la cappella del santuario nella citt sacra di Axum. Ma prima di avventurarmi tra le montagne del Tigre dilaniate dalla guerra, volevo essere certo che la reliquia non potesse trovarsi in nessun altro posto. Ed era stato proprio questo desiderio a condurmi, il 4 ottobre 1990, nel luogo dove sorgeva una volta il Tempio di Salomone, e ad attirarmi verso la Shetiyyah, sulla quale un tempo si trovava l'Arca e dalla quale era scomparsa.

Questo era il mio punto di partenza, ma ora volevo impiegare il resto del mio soggiorno a Gerusalemme per parlare con le autorit religiose e accademiche e per esaminare il pi attentamente possibile tutte le circostanze (almeno quelle conosciute) che avevano accompagnato la misteriosa scomparsa della reliquia. Solo se, al termine della mia ricerca, mi fossi convinto che la pista etiope aveva davvero un fondamento, mi sarei deciso a recarmi ad Axum. Ma la festa del Timkat del gennaio 1991, nella quale speravo che l'oggetto che si credeva l'Arca sarebbe stato portato in processione, distava ormai meno di quattro mesi. Sapevo, dunque, che non avevo pi molto tempo.

Quale casa puoi costruirmi?
La sistemazione dell'Arca nel Tempio di Salomone, che, come ho gi detto, deve essersi verificata verso il 955 a.C.,  descritta nel primo libro dei Re:
Poi Salomone riun gli anziani di Israele... E i sacerdoti portarono l'Arca dell'Alleanza del Signore al suo posto nel Tempio... nel tabernacolo... E avvenne che, quando i sacerdoti uscirono dal luogo santo, la nube riemp la casa del Signore, cosicch i sacerdoti non poterono adempiere al culto a causa della nuvola: poich la gloria di Dio aveva riempito la casa del Signore. Poi Salomone parl: Il Signore ha detto che voleva dimorare nella profonda oscurit. Io ti ho costruito una casa dove dimorare, un posto dove potrai abitare per sempre... Ma abiter Dio davvero sulla terra? Ascolta, i cieli e i cieli dei cieli non bastano a contenerti; quanto di meno, allora, questa casa che io ho costruito.
Secondo le Scritture, in seguito Salomone aveva rivolto il suo cuore ad altre divinit e aveva adorato con particolare entusiasmo Astoreth la dea degli Zidoni e... Milcom rabominio degli Amoriti. Proprio per questa sua tendenza all'apostasia, trovavo alquanto difficile credere che il monarca, la cui leggendaria saggezza era ritenuta superiore a tutta la saggezza d'Egitto, avesse mai tenuto Yahweh in speciale considerazione. E per la stessa ragione non pensavo affatto che egli stesse pagando un tributo metafisico alla onnipotenza e onnipresenza del Dio di Israele quando esprimeva i suoi dubbi sulla capacit del Tempio di contenere l'Arca. Al contrario, mi sembrava che, pronunciando quelle curiose parole, Salomone stesse dando voce a genuine paure di natura pragmatica piuttosto che spirituale. Non poteva forse la sacra reliquia dare ancora libero sfogo alla sua potenza, anche se era ormai ancorata alla pietra posta a fondamento del mondo? Non potevano forse le imprevedibili energie contenute al suo interno essere ancora abbastanza potenti e pericolose da erompere attraverso la profonda oscurit del tabernacolo e distruggere la grande casa che vi era stata costruita intorno?
Sentivo che esisteva una reale possibilit che il Tempio fosse stato costruito non tanto quale dimora terrena di una divinit amata ma incorporea, quanto come una sorta di prigione per l'Arca dell'Alleanza. Nel tabernacolo, oltre ai due cherubini posti l'uno di fronte all'altro ai due lati del coperchio d'oro, Salomone aveva messo altri due cherubini di taglia gigante, torvi guardiani davvero, con un'apertura alare di 4 o 5 metri, tutti coperti d'oro. Anche lo stesso tabernacolo - il cui scopo, come affermava esplicitamente la Bibbia, era quello di contenere l'Arca dell'Alleanza di Yahweh - era un cubo perfetto, di 9 metri per lato, molto solido e forte, e dotato di un rivestimento completo di oro zecchino, del peso stimato di 45.000 tonnellate, fissato con chiodi d'oro.
Ma questa cella d'oro non fu l'unico tratto del Tempio ad attirare la mia attenzione. Almeno altrettanto interessante era la storia dell'artigiano - uno straniero - che era stato chiamato per completare tutti gli altri lavori che Salomone aveva commissionato:
E Salomone mand a chiamare Hiram di Tiro; questi era il figlio di una vedova della trib di Naphtali... ed era pieno di sapienza, saggezza e abilit nel lavorare il bronzo.
La frase riportata sopra in corsivo mi era saltata all'occhio non appena l'avevo letta. perch? perch sapevo che nella prima citazione letteraria dell'eroe del Graal, Parzival, egli era stato descritto esattamente negli stessi termini, come il figlio della signora rimasta vedova. Anzi, sia Chrtien de Troyes, il fondatore

del genere, sia il suo successore Wolfram von Eschenbach avevano tenuto a precisare che la madre di Parzival era una vedova.
A questo punto mi domandai se ero di nuovo in presenza di un'altra di quelle strane coincidenze di cui era punteggiata sia la ricerca del Sacro Graal sia quella dell'Arca dell'Alleanza, quasi che la prima, con il suo simbolismo, potesse fungere da criptogramma per la seconda. Da tempo mi ero ormai convinto che i Cavalieri Templari avevano svolto un ruolo di rilievo in entrambe le ricerche e che, dopo la distruzione del loro ordine nel XIV secolo, molte delle loro tradizioni erano state preservate dalla Massoneria. Appresi dunque con molto interesse che Hiram di Tiro, che secondo la Bibbia era stato chiamato a Gerusalemme da Salomone, era non soltanto il figlio di una vedova come Parzival, ma anche una figura di grande significato per i massoni -che lo conoscevano come Hiram Abiff e che facevano riferimento a lui in tutti i loro pi importanti rituali.
Secondo la tradizione massonica, Hiram venne ucciso da tre dei suoi aiutanti poco dopo aver concluso le opere bronzee del Tempio. E questo avvenimento era considerato per qualche ragione talmente carico di significato che veniva commemorato nelle cerimonie di iniziazione dei maestri massoni, cerimonie in cui a ogni iniziato veniva chiesto di impersonare la vittima dell'omicidio. In un autorevole studio trovai questa descrizione della parte pi saliente della cerimonia (la quale  in uso ancora oggi):
Disteso sul pavimento con gli occhi bendati, l'iniziato ascolta i tre assassini mentre decidono di seppellirlo sotto uno strato di pietre fino a mezzanotte, quando porteranno il corpo fuori dal Tempio. Per simboleggiare la sepoltura di Hiram Abiff, il candidato viene avvolto in una coperta e portato a un lato della stanza. Poi, dopo aver sentito suonare 12 volte la campana, egli viene trasportato dalla tomba di pietra a una bara scavata sul fianco di una collina a ovest del Monte Moriah (il Monte del Tempio). Sente poi i suoi assassini accordarsi per contrassegnare la sua bara con un ramo di acacia, per poi fuggire in Etiopia attraverso il Mar Rosso.
Ecco, allora, altre coincidenze: una piccola, quella del ramo di acacia (lo stesso legno utilizzato per fabbricare l'Arca), e una grande, quella della tradizione massonica in base alla quale gli

assassini di Hiram volevano fuggire in Etiopia. Non avevo idea di quanto peso potessero avere questi particolari, ma non riuscivo a scacciare la sensazione che in qualche modo fossero importanti per la mia ricerca.
Questi miei sospetti si approfondirono quando ripresi in mano la Bibbia e scoprii che uno degli oggetti di bronzo del Tempio che si diceva costruito da Hiram era:
Il Mare di metallo gettato, dieci cubiti da bordo a bordo, di forma circolare e alto cinque cubiti; una corda lunga 30 cubiti misurava la sua circonferenza... Era spesso una spanna, e il bordo era modellato come quello di una tazza, come un fiore. Conteneva 2.000 bagni.
Questo Mare, venni a sapere, si trovava nel cortile del Tempio. Era costituito da un enorme bacino di bronzo, del diametro di 4, 2 metri per 2, 2 di altezza. Pesava circa 30 tonnellate quando era vuoto, ma generalmente veniva tenuto pieno, con una quantit di acqua pari a circa 45.000 litri. La maggior parte degli studiosi ammetteva di non sapere quale fosse la sua funzione, ma per alcuni esso simboleggiava le acque primordiali di cui parla il libro della Genesi e altri pensavano che fosse utilizzato dai sacerdoti per le loro abluzioni rimati. Nessuna delle due ipotesi, per, mi pareva soddisfacente: la seconda, poi, mi pareva quanto mai improbabile perch la Bibbia affermava esplicitamente che Hiram aveva fabbricato dieci bacini pi piccoli proprio per questo scopo, ognuno dei quali conteneva quaranta bagni. Annotai quindi nel mio taccuino:
Non potrebbe darsi che il Mare di bronzo che Hiram fece per il cortile del Tempio di Salomone fosse una sorta di ritorno ai rituali dell'antico Egitto, ai quali sembra che si richiamino molto da vicino le cerimonie dell'Arca? Nella festa di Apet a Luxor le Arche contenenti raffigurazioni degli di venivano sempre portate verso l'acqua. Ed  precisamente questo che avviene anche oggi in Etiopia: al Timkat di Gonder i tabotat venivano condotti ai margini di un lago sacro sul retro del castello. Che il Mare di bronzo fosse una specie di lago sacro?

Secondo la Bibbia, gli altri oggetti fabbricati da Hiram per il Tempio di Salomone comprendevano i contenitori per la cenere, le pale e le coppe per l'aspersione, e anche:
Due pilastri di bronzo; un pilastro pesava 18 cubiti, e una corda di 12 cubiti dava la misura della sua circonferenza; altrettanto valeva per il secondo pilastro... Sistem i pilastri di fronte al vestibolo del santuario; fiss il primo pilastro e lo chiam Jachin; fiss il secondo pilastro e lo chiam Boaz. Cos l'opera dei pilastri fu completata.
Scoprii poi che Jachin e Boaz figuravano anche nelle tradizioni massoniche. Secondo il vecchio rituale, questi grandi pilastri erano internamente cavi e al loro interno erano state poste le antiche testimonianze e i pregevoli scritti riguardanti il passato del popolo ebraico. E tra queste testimonianze, affermavano i massoni, vi era il segreto del magico Shamir e la storia delle sue propriet.
Questo magico Shamir mi incurios molto. Che cos'era? Era solo una parte dei segreti massonici o vi era qualche riferimento ad esso nella Bibbia?
Dopo un'estenuante ricerca, potei accertare che la parola Shamir compariva solo quattro volte nell'Antico e nel Nuovo Testamento - tre volte come nome geografico e una volta come nome proprio di una persona. Chiaramente, per, nessuno di questi poteva essere il magico Shamir, i cui segreti, secondo la Massoneria, erano stati nascosti nei pilastri di bronzo di Hiram.
Riuscii comunque a trovare l'informazione che stavo cercando, non nelle Scritture, per, ma nelle fonti talmudiche-midrasiche che avevo a disposizione.
Poich Mos aveva comandato agli israeliti di non usare nessun pezzo di ferro nel costruire i luoghi santi, Salomone aveva ordinato che non venissero utilizzati martelli, asce o cesoie per tagliare e sistemare i massicci blocchi di pietra che avrebbero costituito le mura e il cortile del Tempio.
Invece, aveva fornito ai costruttori un antico strumento, che risaliva ai tempi dello stesso Mos: questo strumento era chiamato

Shamir e poteva tagliare il pi duro dei materiali senza frizione e senza calore. Conosciuto anche come la pietra che rompe le rocce:
Lo Shamir non pu essere custodito in un contenitore di ferro o di qualunque altro metallo, perch lo farebbe esplodere in mille pezzi. Viene invece avvolto in un panno di lana e poi sistemato in una scatola di piombo piena di farina di or2o... Con la distruzione del Tempio lo Shamir scomparve.
Rimasi affascinato da questa strana e antica tradizione, secondo la quale lo Shamir possedeva la propriet di saper tagliare anche il pi duro dei diamanti. Trovai in seguito una versione collaterale della stessa storia in cui si affermava che esso non faceva alcun rumore mentre era in funzione.
Tutto sommato, conclusi, queste caratteristiche (come molte altre caratteristiche dell'Arca dell'Alleanza) facevano pensare che si trattasse di un oggetto tecnologicamente avanzato, piuttosto che magico o soprannaturale. E trovai anche significativo il fatto che questo particolare strumento - ancora una volta come l'Arca - era direttamente associato con Mos. Infine, non mi sembrava del tutto irrilevante che i massoni avessero mantenuto delle tradizioni proprie riguardo a questo - tradizioni secondo le quali i suoi segreti erano stati nascosti nei due pilastri di bronzo posti di fronte al vestibolo del santuario da Hiram, il figlio della vedova.
Senza conoscere questi segreti da lungo tempo perduti, capii che non potevo sperare di fare molta strada in questa linea di indagine. Al tempo stesso, per, sentivo che la storia dello Shamir approfondiva il mistero che circondava la vera natura della grande roccaforte sulla cima del Monte Moriah che era stata costruita ed esplicitamente consacrata come dimora per l'Arca dell'Alleanza del Signore. Con i suoi pilastri di bronzo e il suo Mare di bronzo, i suoi cherubini giganti e il suo tempietto d'oro interno, il Tempio di Salomone doveva essere un luogo speciale, meravigliosamente costruito, il fulcro della superstizione e del timore religioso, il centro della fede ebraica e della vita culturale. Come  potuto succedere, allora, che l'Arca scomparve- da l?

Shishak, Jehoash e Nabucodonosor
Una ovvia risposta all'ultima domanda - che, se esatta, invaliderebbe completamente la pista etiope dell'Arca  che l'Arca avrebbe potuto essere stata rubata con la forza dal Tempio durante una delle svariate catastrofi militari che Israele dovette patire dopo la morte di Salomone.
La prima di queste catastrofi si verific nel 926 a.C. durante l'infruttuoso regno del figlio di Salomone, Rehoboam. A quel tempo, secondo il primo libro dei Re, un faraone egizio chiamato Sheshonq (o Shishak) mise in atto una spettacolare invasione:
Nel quinto anno di regno di Rehoboam... Shishak re d'Egitto mosse contro Gerusalemme: ed egli port via i tesori della casa del Signore, e i tesori della casa del re; port via proprio tutto.
Non vi era nulla in questo breve racconto che facesse escludere la possibilit che nel bottino di Shishak non comparisse anche l'Arca dell'Alleanza. Ma se davvero l'Arca fosse stata rubata solo trent'anni dopo che Salomone l'aveva installata nel Tempio, penso che allora gli scribi lo avrebbero detto, lamentando anche la perdita della preziosa reliquia. Invece nessuno ne aveva mai fatto cenno; e questo, a mio parere, apriva due possibilit: o l'Arca era stata segretamente rimossa prima dell'arrivo dell'esercito egiziano (forse durante il regno di Salomone stesso, come asseriva la tradizione etiope), oppure essa era rimasta al suo posto nel tabernacolo anche durante l'invasione. Ma l'idea che il faraone potesse averla presa non sembrava molto verosimile.
Un'ulteriore conferma di questa mia ipotesi veniva dal grande bassorilievo trionfale dello stesso Shishak, conservato a Karnak. Avevo gi visto pi volte quel bassorilievo durante le mie varie visite in Egitto ed ero perci sicuro che non vi comparisse alcun accenno all'Arca dell'Alleanza, n, d'altra parte, all'assedio o al saccheggio di Gerusalemme. E in effetti da ulteriori indagini potei accertare che questa impressione era esatta. Un autorevole studio affermava inequivocabilmente che, delle citt e cittadine saccheggiate da Shishak, la maggior parte si trovava nella parte settentrionale di Israele:
Gerusalemme, obiettivo della campagna di Shishak secondo la Bibbia, non compare. Anche se l'iscrizione  molto danneggiata,  certo che in essa Gerusalemme non era nominata perch l'elenco  ordinato secondo aree geografiche e non vi  spazio per il nome Gerusalemme.
Che cosa poteva allora essere accaduto alla citt santa che giustificasse l'affermazione secondo cui Shishak aveva portato via i tesori della casa del Signore, e i tesori della casa del re?
Scoprii che, secondo l'unanime versione accademica, il faraone aveva cinto d'assedio Gerusalemme, ma non vi era mai davvero entrato, poich era stato comprato con i tesori del tempio e del palazzo di Salomone. Questi tesori, inoltre, non avrebbero potuto includere l'Arca, anche se essa era ancora l nel 926 a.C; dovevano invece comprendere oggetti molto meno sacri, soprattutto donazioni pubbliche e reali dedicate a Yahweh. Questi oggetti, che di solito erano molto preziosi e fatti d'oro e d'argento, non erano conservati nel tabernacolo ma piuttosto in altre parti del Tempio, in speciali tesorerie che erano sempre citate nell'Antico Testamento insieme alle tesorerie della casa del re. Occasionalmente, come disse un illustre studioso:
Queste tesorerie venivano ripulite o da invasori stranieri o dai re stessi, quando avevano bisogno di fondi. Esse erano quindi alternativamente piene e vuote... L'invasione di Shishak, perci, non ebbe niente a che fare con i luoghi santi del Tempio, e sarebbe, assolutamente scorretto associarla con la scomparsa dell'Arca.
La stessa avvertenza, venni a sapere, valeva anche per la successiva occasione in cui sembrava che il Tempio fosse stato depredato. Ci avvenne nel periodo in cui lo stato costruito da Davide e Salomone si spacc in due regni nemici: Giuda nel sud (che comprendeva Gerusalemme) e Israele a nord. Nel 796 a.C. Jehoash, il monarca del regno settentrionale, combatt a Bethshemesh con la sua controparte giudea Amaziah:
E Giuda ebbe la peggio davanti a Israele, e tutti gli uomini fuggirono nelle loro tende. E Jehoash re di Israele prese Amaziah re di Giuda...

a Bethshemesh, e venne a Gerusalemme, e fece cadere il muro di Gerusalemme... E prese tutto l'oro e l'argento, e tutti i contenitori che si trovavano nella casa del Signore e nelle tesorerie della casa del re.
Ancora una volta, il saccheggio del Tempio non aveva toccato il tabernacolo o l'Arca dell'Alleanza. Come afferma un illustre studioso di quell'epoca:
 Jehoash non entr nemmeno nel santuario pi esterno del Tempio, figuriamoci in quello pi interno... L'espressione la casa del Signore citata con riferimento a Jehoash... non  che una forma abbreviata di le tesorerie della casa del Signore. E lo dimostra il fatto che vengano citate anche le tesorerie della casa del re, che, generalmente, sono sempre accostate alle tesorerie della casa del Signore.
E questo  quanto, per Shishak e Jehoash. Ecco dunque la ragione per cui nessuno dei due si era vantato di aver preso l'Arca, e la Bibbia non ne aveva fatto alcun cenno: in effetti essi non si erano nemmeno avvicinati al tabernacolo, nel quale era custodita la sacra reliquia, e si erano limitati a oggetti preziosi minori d'oro e d'argento.
Altrettanto non pu dirsi, invece, per il successivo invasore di Gerusalemme, il grande re Nabucodonosor di Babilonia. Egli attacc e occup la citt santa non una, ma due volte, e anche nella prima occasione, nel 598 a.C.,  certo che penetr fin dentro il Tempio stesso. La Bibbia descrive cos questo disastro:
Le truppe di Nabucodonosor re di Babilonia marciarono su Gerusalemme, e la citt fu cinta d'assedio. Lo stesso Nabucodonosor... venne ad attaccare la citt mentre le sue truppe la tenevano sotto assedio. Poi Jehoiachin re di Giuda consegn al re di Babilonia se stesso, sua madre, i suoi ufficiali, i nobili e gli eunuchi, e il re di Babilonia li fece prigionieri. Si era nell'ottavo anno di re Nabucodonosor. Questi port via tutti, i tesori della casa del Signore, e i tesori della casa del re, e tagli in pezzi tutti gli arredi d'oro che Salomone re di Israele aveva fatto per il santuario di Yahweh.
Da che cosa era costituito il bottino di Nabucodonosor? Sapevo gi che i tesori della casa del Signore e i tesori della casa del re non potevano comprendere oggetti veramente sacri come

l'Arca. Come ho gi detto, queste espressioni avevano significati molto specifici e si riferivano soltanto a oggetti non indispensabili conservati nella tesoreria reale e in quella sacerdotale.
Molto pi significativa era l'affermazione secondo cui il monarca babilonese aveva tagliato in pezzi tutti gli arredi d'oro che Salomone re di Israele aveva fatto per il santuario di Yahweh, Il termine ebraico che i traduttori della Bibbia di Gerusalemme avevano reso con santuario era hekalz scoprii che il suo significato preciso era santuario esterno. Per cercare di individuare la sua localizzazione, richiamai alla mente il modello base delle chiese ortodosse etiopi, che - come avevo visto nel mio viaggio a Gonder del gennaio 1990 - riflettevano esattamente la tripartizione del Tempio di Salomone. Confrontando questa raffigurazione mentale con le principali ricerche accademiche sulla materia, riuscii ad accertare che il hekal doveva senz'altro corrispondere al k'eddest delle chiese etiopi. Ci significava che il santuario di Yahweh depredato da Nabucodonosor non era affatto il tabernacolo in cui si trovava l'Arca, ma piuttosto l'anticamera di esso. Il tabernacolo, ovvero il santuario pi interno, veniva chiamato nell'antico ebraico debir e corrispondeva al mak'das che, nelle chiese etiopi, conteneva i tabotat.
Se dunque l'Arca era ancora nel Tempio al tempo del primo attacco di Nabucodonosor - e questo era molto dubbio - allora era certo che il re babilonese non l'aveva portata via, e che si era accontentato di tagliare in pezzi e di portar via gli arredi d'oro che Salomone aveva posto nel hekal. Gli altri arredi razziati da Nabucodonosor - e l'elenco era abbastanza analitico - erano:
I candelieri, cinque a destra e cinque a sinistra di fronte al debir, di oro zecchino; le opere floreali, i lucernari, gli oggetti d'oro per spegnere il fuoco; i raccoglitori d'acqua, coltelli, coppe per l'aspersione, contenitori per l'incenso, incensieri, di oro zecchino; gli stipiti della porta del santuario pi interno - cio il tabernacolo - e del hekal, d'oro.
Naturalmente, in questa traduzione, le espressioni santuario pi interno, debir e tabernacolo erano utilizzate intercambiabilmente per indicare lo stesso luogo sacro - cio il luogo in

cui l'Arca era stata installata da Salomone tanti secoli prima. Una volta appurato questo, mi torn in mente un particolare molto importante:. Nabucodonosor non aveva razziato il tabernacolo, ma aveva tolto gli stipiti; ci significa, ovviamente, che le porte erano state tolte dai cardini e che il re babilonese, o i suoi soldati, avrebbero quindi potuto comodamente guardare dentro il debir.
Compresi immediatamente che questa era una scoperta importante, anzi cruciale. Guardando nel santuario pi interno, i babilonesi avrebbero dovuto vedere immediatamente i due giganteschi cherubini, carichi d'oro, che Salomone aveva posto come sentinelle dell'Arca - e avrebbero dovuto anche vedere l'Arca stessa. Poich non avevano avuto alcuna esitazione a portar via l'oro dagli arredi del hekal, veniva da chiedersi come mai non si fossero subito precipitati nel debir per strappare tutto l'oro che si trovava sui muri e sui cherubini, e perch non avessero preso nel loro bottino anche l'Arca.
I babilonesi avevano dimostrato di nutrire un assoluto disprezzo per gli ebrei e per la loro religione: non era quindi affatto ragionevole pensare che essi si fossero astenuti dal depredare il tabernacolo spinti da un desiderio altruistico di salvaguardare i sentimenti dei vinti. Al contrario, tutto lasciava credere che se si fossero trovati davanti un possibile bottino ricco e prezioso come quello dell'Arca, e tutto l'oro che copriva le pareti e i cherubini, Nabucodonosor e i suoi uomini non avrebbero esitato un attimo a gettarvisi a capofitto.
E questo, inoltre,  confermato anche dal comportamento abituale dei babilonesi in queste situazioni: essi si impossessavano sempre degli idoli e degli oggetti di culto dei popoli che conquistavano e li portavano nel loro tempio davanti alla statua del loro dio Marduk. L'Arca non avrebbe certo fatto eccezione a questo trattamento.-E invece non le avevano strappato tutto l'oro, n, tanto meno, l'avevano portata via intatta. Anzi, non vi era alcun cenno n ad essa n ai cherubini. Scrissi nel mio taccuino:
La logica conclusione  che l'Arca e i cherubini coperti d'oro non erano pi nel debir nel 598 a.C. quando ebbe luogo la prima invasione babilonese, e che, anzi, le pareti, il pavimento e il soffitto del debir dovevano essere stati privati di tutto il loro oro prima di quella data.

E questo, almeno prima fade, sembrerebbe avvalorare la tesi etiope, poich ho gi accertato che Shishak e Jehoash non misero le mani sull'Arca, n sul resto del prezioso contenuto del debir, ed essi erano gli unici invasori che in passato avessero portato via qualche tesoro dal Tempio.
Ma l'assalto babilonese a Gerusalemme del 598 a.C. non era stato l'unico da parte di Nabucodonosor, e perci la conclusione che avevo annotato nel mio taccuino si sarebbe rivelata completamente falsa se si fosse dimostrato che egli aveva preso l'Arca la seconda volta che saccheggi la citt santa.
Dopo la proficua operazione del 598 a.C. egli aveva messo sul trono un re-fantoccio, Zedekiah. Questo fantoccio, per, dimostr presto di avere idee proprie e, nel 589 a.C, si ribell al monarca babilonese.
La reazione fu immediata. Nabucodonosor marci di nuovo su Gerusalemme e la pose sotto assedio, riuscendo infine a irrompere nella citt alla fine di giugno o ai primi di luglio dell'anno 587 a.C.. Poco meno di un mese dopo:
Nebuzaradan, comandante della guardia, un ufficiale del re di Babilonia... bruci il Tempio di Yahweh, il palazzo reale e tutte le case di Gerusalemme. Le... truppe che accompagnavano il comandante della guardia... staccarono i pilastri di bronzo dal Tempio di Yahweh, i piedistalli con le ruote e il Mare di bronzo che si trovavano nel Tempio di Yahweh, e portarono tutti i bronzi a Babilonia. Presero i contenitori per la cenere, quelli per l'incenso, le pale, i coltelli e tutti gli arredi di bronzo usati nel culto. Il comandante della guardia prese gli incensieri e le coppe per l'aspersione, tutto ci che era fatto d'oro e tutto ci che era fatto d'argento. Quanto poi ai due pilastri, al Mare e ai piedistalli con le ruote... era incalcolabile il peso del bronzo di tutti questi oggetti.
Questo, dunque, era l'inventario dettagliato offerto dalla Bibbia di tutti gli oggetti e i tesori portati a Babilonia dopo il secondo attacco di Nabucodonosor alla citt. Ancora una volta, e significativamente, nell'elenco non compariva l'Arca dell'Alleanza, n l'oro con cui Salomone aveva rivestito il tabernacolo e ricoperto i grandi cherubini che stavano a guardia del luogo santo. Era dunque evidente che gran parte del bottino preso nel 587 consisteva in bronzo recuperato dai pilastri e dal Mare - e anche dai piedistalli con le ruote - che Hiram aveva costruito quattro secoli prima.
Un elemento che deponeva fortemente a favore della sostanziale veridicit della lista era che essa corrispondeva perfettamente al racconto biblico di ci che era stato rubato dal tempio nella prima spedizione, nel 598 a.C. In quella occasione Nabucodonosor aveva lasciato stare i bronzi, mentre aveva preso i tesori della casa del Signore, e i tesori della casa del re e aveva anche strappato via tutto l'oro dagli arredi del kehal. Ecco perch, undici anni dopo, il bottino d'oro e d'argento di Nabuzaradan si era limitato a qualche incensiere e alle coppe per l'aspersione: egli non era riuscito a trovare niente di pi prezioso per la semplice ragione che tutti i pezzi migliori erano stati presi e portati a Babilonia nel 598 a.C.
Poich dunque l'Arca sembrava non far parte n del primo n del secondo bottino, si rafforz la mia convinzione che essa doveva essere sparita prima delle invasioni babilonesi. Per lo stesso motivo anche l'altra spiegazione che veniva spesso addotta per giustificare la perdita della reliquia, e cio che essa doveva essere stata distrutta dal grande incendio appiccato da Nebuzaradan, non reggeva pi. Se l'Arca era stata davvero portata via prima del 598 a.C, forse in Etiopia, doveva per forza essere scampata alla distruzione del Tempio.
Ma era prudente dedurre, da tutta questa catena di ragionamenti, che l'Arca era arrivata veramente in Etiopia? Certamente no. Ricercando pi a fondo scoprii che le tradizioni ebraiche offrivano parecchie spiegazioni alternative per quanto era accaduto, e ognuna di queste spiegazioni avrebbe potuto far vacillare la pista etiope. Occorreva dunque considerarle tutte.

Profondi e tortuosi nascondigli...
Il primo punto che mi si chiar fu che gli ebrei, in quanto popolo, erano divenuti consapevoli della perdita dell'Arca - e del fatto che questa perdita era un grande mistero - solo al tempo della costruzione del Secondo Tempio. ,

Sapevo gi che nel 598 a.C. Nabucodonosor aveva mandato in esilio a Babilonia un gran numero di abitanti di Gerusalemme. Nel 587 a.C, dopo aver dato fuoco al Tempio di Salomone:
Nebuzaradan, comandante della guardia, deport il resto del popolo che era rimasto in citt, i disertori che avevano deciso di seguire il re di Babilonia e il resto della popolazione civile... Perci Giuda fu portato via dalla sua terra.
Il trauma dell'esilio, le umiliazioni della prigionia e il fermo proposito di non dimenticare mai Gerusalemme sarebbero stati presto immortalati in uno dei pi commoventi ed evocativi brani di poesia di tutto l'Antico Testamento:
Presso i fiumi di Babilonia, noi siedevamo, ahim, e piangevamo, quando ricordavamo Sion. Appendemmo perci le nostre arpe tra i salici, Poich coloro che ci portarono via prigionieri ci chiesero una canzone; e coloro che ci distrassero ci chiedevano allegria, dicendo, Cantateci una delle canzoni di Sion.
Come canteremo le canzoni del Signore in una terra straniera? Se ti dimentico, o Gerusalemme, fa' che la mia mano destra dimentichi le sue capacit.
Se non ti ricorder, fa' che la mia lingua si attacchi al palato della mia bocca; se non preferir Gerusalemme alla pi grande delle mie gioie.
Questo esilio di un intero popolo non sarebbe durato molto. Nabucodonosor aveva iniziato questa impresa nel 598 a.C. e l'aveva terminata nel 587. Meno di un secolo dopo, per, l'impero che tanto si era espanso sotto il suo dominio venne abbattuto da Ciro il Grande, re di Persia, il cui esercito trionfante entr a Babilonia nel 539 a.C..
E Ciro, che  stato descritto come uno dei pi grandi costruttori di imperi del mondo, tratt in maniera molto illuminata i popoli assoggettati. Ve ne erano altri che, come gli ebrei, erano stati tenuti prigionieri a Babilonia: egli si impegn a liberarli tutti, e inoltre consent loro di togliere dal tempio di Marduk gli idoli e gli oggetti di culto che i babilonesi avevano confiscato e di riportarli in patria con s.

Gli ebrei, naturalmente, non poterono cogliere tutti i vantaggi di questa occasione, dal momento che il loro principale oggetto di culto, l'Arca dell'Alleanza, non era stato portato a Babilonia. Tuttavia, una lunga serie di tesori minori che Nabucodonosor aveva preso erano ancora intatti, e furono proprio questi che i persiani consegnarono con grandi cerimonie agli ufficiali giudei. L'Antico Testamento contiene un resoconto dettagliato della transazione:
Re Ciro prese i contenitori del Tempio di Yahweh che Nabucodonosor aveva portato via da Gerusalemme e dedicato al tempio del suo dio. Ciro re di Persia li consegn a Mitridate, il tesoriere, il quale li pass a Sheshbazzar, principe di Giuda. L'inventario  il seguente: 3 0 coppe d'oro per le offerte; 1.029 coppe d'argento per le offerte; 30 coppe d'oro; 410 coppe d'argento; 1.000 altri contenitori. In tutto, 5.400 contenitori d'oro e d'argento. Sheshbazzar port tutto con s quando gli esiliati tornarono da Babilonia a Gerusalemme.
Il viaggio di ritorno ebbe luogo nel 538 a.C.. Poi, nella primavera del 537 a.C, si cominci a costruire il Secondo Tempio sulle rovine del Primo. L'opera fu completata intorno al 517 a.C. e anche se questa fu occasione di grande gioia, non mancarono anche motivi di dolore. La scomparsa dell'Arca dell'Alleanza dal Primo Tempio, in qualunque momento sia avvenuta, era stata evidentemente tenuta segreta al popolo (e non era stato certo difficile, dal momento che soltanto il Sommo Sacerdote poteva entrare nel tabernacolo). Ora, per, dopo il ritorno da Babilonia, era impossibile continuare a mascherare il fatto che la preziosa reliquia non c'era pi, e che perci non poteva essere posta nel santuario interno del Secondo Tempio. Questo grande cambiamento fu esplicitamente ammesso nel Talmud, che afferma: In cinque cose il Primo Santuario differiva dal Secondo: nell'Arca, la copertura dell'Arca, i Cherubini, il Fuoco e l'Urim e Thummim. L'Urim e Thummim erano oggetti misteriosi (qui intesi collettivamente come un unico oggetto) che venivano probabilmente usati nel culto e che al tempo di Mos venivano conservati nel pettorale del Sommo Sacerdote. Ed essi mancavano nel Secondo Tempio, come pure il fuoco celestiale che da sempre

era associato all'Arca dell'Alleanza. E naturalmente mancava anche l'Arca stessa, insieme allo spesso rivestimento d'oro e ai due cherubini d'oro che vi erano stati montati sopra.
Il segreto, a questo punto, era venuto alla luce: la pi preziosa reliquia della fede ebraica era scomparsa, apparentemente svanita nell'aria. Inoltre il popolo sapeva che non era stata portata con loro nell'esilio babilonese. E allora dove poteva essere finita?
Cominciarono a circolare quasi subito numerose teorie sull'argomento e, come spesso avviene, alcune di queste teorie assunsero presto l'aspetto di verit rivelate. La maggior parte di esse presumeva che i babilonesi non fossero riusciti a trovare l'Arca perch, prima del loro arrivo, essa era stata sapientemente nascosta da qualche parte presso il Monte Moriah, dove sorgeva ora il Secondo Tempio, nel luogo in cui prima si ergeva il primo. Secondo una leggenda del periodo seguente all'esilio, per esempio, Salomone aveva previsto la distruzione del suo Tempio addirittura mentre lo stava costruendo; per questa ragione aveva inventato un luogo per tenere celata l'Arca, in profondi e tortuosi nascondigli.
Ero certo che fosse proprio questa la tradizione alla quale si era ispirato l'autore dell'Apocalisse di Baruch quando aveva affermato che la reliquia era stata inghiottita dalla terra sotto la grande pietra di fondamenta conosciuta come Shetiyyah. Sapevo, ovviamente, che questo testo relativamente tardo e apocrifo non aveva alcuna attendibilit, ma sapevo anche che esistevano altri testi, che, come questo, affermavano che l'Arca era conservata in qualche caverna segreta all'interno del Monte del Tempio.
A conferma dell'idea che questa caverna potesse trovarsi proprio al di sotto del tabernacolo, il Talmud asseriva che l'Arca fu sepolta proprio al suo posto. E sembra che questo interramento sia stato opera di re Giosia, che regn a Gerusalemme dal 640 al 609 a.C., cio fino a circa un decennio prima che i babilonesi prendessero la citt la prima volta. Verso la fine del suo lungo regno, proseguiva la storia, prevedendo l'imminente distruzione del Tempio, Giosia nascose l'Arca Santa e tutti i suoi accessori, al fine di salvaguardarli dalla dissacrazione per mano del
nemico.

Questa idea era molto diffusa, ma non tutte le fonti concordavano sul fatto che il nascondiglio dell'Arca si trovasse nelle immediate vicinanze del tabernacolo. Un'altra tradizione, citata nel Mishnah, suggeriva che la reliquia era stata seppellita sotto il pavimento della casa di legno, cosicch non potesse cadere nelle mani dei nemici. Questa casa di legno si trovava vicino al Tempio di Salomone, ma, al ritorno degli ebrei dall'esilio babilonese, la sua localizzazione precisa era stata dimenticata e cos rimase segreta per sempre. Tuttavia il Mishnah riportava che una volta un sacerdote che stava lavorando nel cortile del Secondo Tempio inciamp casualmente in un blocco di pavimento che era diverso dal resto:
And e lo disse al suo compagno, ma prima che riuscisse a finire il discorso mor. Cos tutti seppero con certezza che l era nascosta l'Arca.
Un racconto a s stante dell'occultamento della reliquia  contenuto nel secondo libro dei Maccabei (un testo escluso dalla Bibbia ebraica, ma incluso nel canone delle chiese cristiane greche e latine, e negli Apocrifi della Bibbia inglese). Scritti tra il 100 a.C. e il 70 d.C. da un ebreo di simpatie farisaiche (che scriveva in greco), i versi iniziali di 2 Maccabei 2 descrivevano cos il destino dell'Arca:
Il profeta Geremia... avvertito da un oracolo (della imminente distruzione del Tempio di Salomone), diede istruzioni affinch il tabernacolo e l'Arca andassero con lui quando part per la montagna su cui Mos era salito per accogliere l'eredit di Dio. Al suo arrivo Geremia trov una caverna, nella quale sistem il tabernacolo, l'Arca e l'altare di incenso, dopodich ne blocc l'accesso.
Secondo gli studiosi che eseguirono l'autorevole traduzione inglese della Bibbia di Gerusalemme - dalla quale  tratto il brano sopra riportato - la presunta spedizione di Geremia fatta per nascondere l'Arca altro non era che una favola inventata dall'autore del secondo libro dei Maccabei come parte di un tentativo deliberato di risvegliare l'interesse degli ebrei espatriati nei confronti della madrepatria. Anche i curatori dell'Oxford Dictionary of

the Christian Church consideravano questo brano di nessun valore storico. E poich era stato scritto circa 500 anni dopo la morte di Geremia stesso, non si pu neanche dire che si trattasse di una tradizione particolarmente antica - anche se l'autore aveva tentato di farla passare per tale affermando di essersi basato su un documento trovato negli archivi.
Era per un fatto che il profeta Geremia, a differenza dell'autore dei Maccabei, era effettivamente vissuto all'incirca al tempo della distruzione del Tempio di Salomone - il che significa che, a titolo puramente teorico, avrebbe anche potuto contribuire all'occultamento dell'Arca. Inoltre, la montagna su cui Mos era salito per accogliere l'eredit di Dio, il Monte Nebo, era un luogo rinomato che si trovava a meno di cinquanta chilometri in linea d'aria da Gerusalemme: adatto dal punto di vista culturale in virt del suo legame, con il fondatore dell'ebraismo, questo monte tanto venerato sembrava dunque un luogo ideale per i nascondigli anche in termini logistici.
La storia narrata nei Maccabei, perci, non era stata del tutto abbandonata dalle successive generazioni di ebrei; al contrario, anche se non fu mai incorporata nel canone ebraico delle Scritture, venne in seguito elaborata e abbellita nel folklore..Per esempio, come avrebbe fatto Geremia (che era parecchio in disaccordo con la confraternita sacerdotale del Tempio) a prendere gli oggetti sacri dal tabernacolo e trasportarli al Nebo attraverso la valle del Giordano? Questo spinoso problema venne risolto attribuendo a Geremia il provvidenziale aiuto di un angelo!
A questo punto, dopo aver rivisto tutte le tradizioni ebraiche che avevo raccolto a proposito del presunto luogo di custodia dell'Arca, tentai una sorta di riassunto che riportai nel mio fedele taccuino:
Al di fuori di Talmud, Mishnah, Apocalisse di Baruch, secondo libro dei Maccabei e varie leggende alquanto colorite, non vi era nulla di concreto nella traditone ebraica che rispondesse alla domanda: dove si trova l'Arca dell'Alleanza? Dal momento che sembra ormai accertato che non fu presa come bottino da Shishak o Jeoash o Nabuco-donosor, ne consegue che tutte le alternative alla teoria che essa si trovi ad Axum sono a) molto imprecise; b) storicamente dubbie;

c) pressoch prive di vitalit attuale (mentre in Etiopia il sentimento religioso continua tuttora a essere imperniato sulla convinzione che la reliquia si trovi effettivamente l).
Tutto questo rende sempre pi credibile la teoria etiope. Tuttavia non si possono liquidare tutte le alternative ebraiche solo perch sembrano un po' fantastiche.
Quindi:  bene appurare se qualche archeologo abbia mai eseguito scavi sul Monte Nebo, all'interno o attorno al Monte del Tempio: sono infatti questi gli unici due posti che le tradizioni ebraiche propongono come luoghi di custodia dell'Arca.
Scrissi questi appunti nella mia stanza d'albergo a Gerusalemme la sera di sabato 6 ottobre 1990. Due giorni dopo, luned 8 ottobre, tentai di nuovo di andare a dare un'occhiata alla Montagna del Tempio, e di visitare degli scavi che sapevo si stavano effettuando immediatamente al di fuori dei recinti sacri, un centinaio di metri circa a sud della Cupola della Roccia. Ma mentre camminavo lungo le mura della citt, una sparatoria e le urla della gente mi fecero chiaramente capire che stava succedendo qualcosa.
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FINE Parte 3.